Archives for posts with tag: Led Zeppelin

Doc Indie-MEI DEF_easy

Il punto, ammettiamolo una volta per tutte, non è chi ha copiato chi. La logica ci dice che chi è arrivato dopo necessariamente si è ispirato in una certa misura a qualcuno che ha suonato prima di lui. Il caso di Blurred Lines – gli eredi di Marvin Gaye contro la coppia Pharrell Williams & Robin Thicke – è solo l’ultimo di una lunga serie di plagi o presunti tali e nulla aggiunge al mio giudizio sull’argomento.

De La Soul Is Dead

La black music, in particolare il rap, aveva già fatto i conti con la questione dei samples o delle “scoppiazzature” all’epoca di De La Soul Id Dead del 1991, quando i newyorkesi De La Soul introdussero per prima volta a denti stretti l’usanza di dichiarare (e quindi pagare a chi ne avesse legalmente diritto) tutti i campionamenti utilizzati per la realizzazione dei nuovi brani. Il titolo dell’album rappresentava un’evidente protesta contro la scelta dei discografici che, messi di fronte alle crescenti vendite del rap, si erano visti costretti a rivalutare certi comportamenti “picareschi” tipici della cultura hip-hop per continuare a trarre lauti profitti dai loro protetti. La scelta, rivoluzionaria a suo modo, non inficiò minimamente, bisogna dirlo, il successo del disco che venne eletto tra i migliori prodotti dell’anno solare. In precedenza i Led Zeppelin si erano piegati a una sentenza del 1985 inserendo tra gli autori dell’inno rock Whole Lotta Love anche Willie Dixon. Plagio antico vizio, verrebbe da dire… già! La questione, tuttavia è un’altra e oggi verte tutta su una diffusa mancanza di originalità. Il problema rispetto al passato, infatti, è che oggi la musica manca spesso e volentieri di quel guizzo giusto e quindi anche il più flebile sentore di plagio esplode in maniera assordante. Guerra nucleare! Alle mie orecchie tutta la situazione odierna suona deprimente come, ahimè, la musica che da essa ne scaturisce. Com’è possibile che autori e produttori quotati debbano ricorre a “piccoli sotterfugi” per raggiungere il loro scopo commerciale? È mai possibile che un artista non riesca a pasticciare un po’ con le note senza mettere mano al bigino della storia della popular music? Che è successo al signor Pharrell? Allo stesso signor Pharrell capace non molti anni fa di incredibili e fortunatissimi azzardi sonori? Il successo, e con esso la ricchezza, rende pigri e predispone a una pessima inclinazione dell’animo umano, la furbizia. L’hanno già suonata… l’ho sentita così tante volte sul giradischi di mamma… che male c’è… Giusto qualche nota… Pochi pensieri e la frittata è fatta… Attenzione, qui non si tratta di schierarsi con uno contro o con l’altro. Si tratta, piuttosto, di svegliarsi in tempo da un torpore dilagante prima che tutta la musica finisca in un’aula di tribunale e si riduca a una litania di noiosissime sentenza. E allora, svegliati, cazzo! Tutti quanti! Artisti, discografici e ascoltatori! Pretendete da voi stessi, prima ancora che dagli altri, qualcosa di nuovo e possibilmente – ci vuole sempre, parola di dottore, un po’ di ambizione – di migliore! S-V-E-G-L-I-A-T-E-V-I! Siete ancora in tempo!

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La recente visione del documentario The Good Life di Niccolò Ammaniti, in onda su uno dei canali tematici della RAI, ha riacceso in me la voglia, per la verità, mia sopita d’Oriente. Il vostro dottore è cresciuto, ecco la prima confessione, consumando i libri di Reinhold Messner sulle imprese in Himalaya per poi avvicinarsi con gli anni, grazie ad alcuni amici più experienced, all’epopea hippy e ai viaggi verso l’Oriente. Infine, ecco la seconda rivelazione, la lettura di Flash. Katmandu il grande viaggio di Charles Duchaussois ha dischiuso le porte della percezione. BAM! Come Martin Mystère, anch’io ho acquisito il terzo occhio.

The Good Life

Tutto ciò e molto altro ancora, di cui però vi terrò però all’oscuro, ha predisposto in anticipo il mio clinico orecchio ad apprezzare tutti quei riferimenti alle sonorità etniche e in particolare a quelle provenienti dall’India. Questa inclinazione, o meglio profondo feeling, ha fatto si che negli anni mi appassionassi a tutti quegli artisti, non importa a quale genere appartenessero, che, di riffa o di raffa, si sono soffermati anche per una sola canzone ad esplorare il profondo legame che dall’epoca di Alessandro Magno ci lega all’Oriente. La scintilla che fece divampare l’incendio di incenso? I Beatles come scrissi anni fa su una nota rivista per amanti delle chitarre. Poi vennero rombanti i Led Zeppelin. Quindi in tempi più recenti gli inglese Stone Roses e Kula Shaker e gli scozzesi Primal Scream, mia grande passione negli anni Novanta. E per finire due band che mi hanno letteralmente stregato, i canadesi Elephant Stone e i tedeschi Samsara Blues Experiment. A ben vedere la volontà di esplorazione sonora riscontrata nei gruppi appena nominati non è assente nemmeno nel panorama indie italiano. L’ultimo album degli … A Toys Orchestra, infatti, si spinge proprio in questa direzione azzardando nuove possibili interpretazioni del viaggio verso “l’altrove”. Stesso discorso, forse ancora più accentuato sulle nuance “esotiche” per il dub rock dei livornesi Appaloosa. Conoscete qualcuno esente dal fascino dell’Oriente? Non ci credo. Tutti noi siamo finiti a sognare di ritagliarsi un ruolo nell’epopea mistico-musicale degli hippy. E parlando di percezioni e terzi occhi, pare evidente che la via da percorrere sia una questione molto, molto personale. <Namasdé.>

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Non si tratta di nostalgia à la Nick Hornby. Quelle pagine sono già state scritte e stampate in un periodo in cui la musica godeva ancora di un’ottima salute. Si tratta, né più né meno, di un’osservazione. Una semplice constatazione, forse un po’ di parte, lo ammetto, ma fondata sulla lunga frequentazione di negozi di dischi sparsi in giro per il mondo.

Rossetti Records & Books

È in quelle sedi, i “vecchi” record stores, che tutti, prima o poi, cominciano a conoscere i gusti musicali degli altri. A cominciare dai titolari. E sono proprio quest’ultimi, quelle splendide persone spesso sedute dietro piccoli banconi affollati di pagine pericolanti di CD, annunci di concerti e volantini di band emergenti, che si sono sobbarcati la difficile missione di salvare la musica. La loro non è una crociata, piuttosto è una missione in stile Blues Brothers. Che si chiamino Maurizio o Gigi, che lavorino al calduccio in 40 metri quadrati nei pressi di un mercato all’aperto o al freddo dietro le paratie metalliche di un chiosco vista cattedrale, sono loro a continuare lo spirito pionieristico del rock. Sono loro che nel momento di incertezza dell’avventore – sempre schiacciato tra il desiderio di sperimentare e la comodità di voci dal sapore televisivo – tirano fuori l’asso dalla manica aprendo scenari fino allora sconosciuti. Sornioni come gatti di strada, la buttano lì: <Perché non provi ad ascoltare questo?>. Sicuri, in quello stesso istante, di avere fatto breccia nel cuore del cliente. Se Luke Skywalker possiede la forza, allora loro, i titolari dei pochi negozi di dischi sopravvissuti, possiedo l’intuito. Un intuito formidabile e quasi sempre infallibile sui gusti altrui. Amano la magia dei vecchi vinili ma al contempo apprezzano la comodità dei CD. Sono creature sospese tra passato e futuro ma avide delle note del presente. Quel lavoro se lo sono scelto e, per quanto sia dura in questi giorni, non si lamentano più di tanto. Bastano due chiacchiere per fare abbassare la puntina e fare partire il fruscio di Bitches Brew o di Led Zeppelin I. Ancora meno per schiacciare play e dare spazio a uno sconosciuto artista indipendente che un giorno, passando di lì, ha lasciato in omaggio qualche copia del proprio lavoro. A garantire la sopravvivenza di questi santuari, sparsi un po’ qua e un po’ là per tutti i continenti, è la dimensione profondamente umana del loro contesto, l’atmosfera intima e complice che in essi comunque sempre si crea. In questo ambiente fluido, che ricorda molto una taverna medioevale, il metallaro scoprirà magari gemme nascoste dell’hard rock anni Sessanta e il rockettaro proverà sorpresa nel riconoscersi in Roots dei Sepultura. Che siano nuovi o usati (garantiti), i prodotti esposti sugli scaffali sapranno come rompere il sortilegio del meccanico linguaggio delle offerte del web e vi insegneranno la lingua universale della musica. Poco importa, allora, se spenderete – ammesso che poi sia davvero così – un paio di euro in più rispetto ai rivenditori on-line.

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Confermata per la terza data della rassegna JOE COLOMBO racconta il blues (al teatro LabArca di Anna Bonel in collaborazione con il Meeting delle etichette indipendenti di Faenza) la presenza del chitarrista Joe Valeriano (http://joevaleriano.altervista.org) che andrà ad affiancare, alla chitarra e alla voce, l’artista elvetico. Il veterano della scena blues meneghina – che ha condiviso a lungo il palco con l’inglese Kim Brown oltre che con lo stesso Colombo – darà il suo prezioso contributo per riscoprire in un’inedita veste teatrale-musicale i classici del blues rock degli anni ’60 e ’70. Nel corso della serata dedicata ai brani di Hendrix, Clapton, Johnny Winter, Rolling Stones, Led Zeppelin e ZZ Top ci sarà spazio anche per la brava Kasia Skoczek, ormai presenza fissa nel fortunato progetto in scena al LabArca.

Appuntamento il prossimo 14 marzo alle 19:30 al Teatro LabArca, via Marco D’Oggiono 1 a Milano. INGRESSO: 12 €

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PERCHÉ I DIRAQ: Hanno imparato bene la lezione del Seventies rock – Led Zeppelin e Deep Purple su tutti – e sono stati capaci al primo appuntamento di calarla nella specificità italiana. Potenti come poche band in Italia, ai Diraq basterà aggiustare ancora un po’ il tiro in direzione dei maestri scandinavi (Graveyard per esempio) per imporsi al pubblico.

DIRAQ, Fake Machine, 2013

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