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Doc Indie-MEI DEF_easy

La recente visione del documentario The Good Life di Niccolò Ammaniti, in onda su uno dei canali tematici della RAI, ha riacceso in me la voglia, per la verità, mia sopita d’Oriente. Il vostro dottore è cresciuto, ecco la prima confessione, consumando i libri di Reinhold Messner sulle imprese in Himalaya per poi avvicinarsi con gli anni, grazie ad alcuni amici più experienced, all’epopea hippy e ai viaggi verso l’Oriente. Infine, ecco la seconda rivelazione, la lettura di Flash. Katmandu il grande viaggio di Charles Duchaussois ha dischiuso le porte della percezione. BAM! Come Martin Mystère, anch’io ho acquisito il terzo occhio.

The Good Life

Tutto ciò e molto altro ancora, di cui però vi terrò però all’oscuro, ha predisposto in anticipo il mio clinico orecchio ad apprezzare tutti quei riferimenti alle sonorità etniche e in particolare a quelle provenienti dall’India. Questa inclinazione, o meglio profondo feeling, ha fatto si che negli anni mi appassionassi a tutti quegli artisti, non importa a quale genere appartenessero, che, di riffa o di raffa, si sono soffermati anche per una sola canzone ad esplorare il profondo legame che dall’epoca di Alessandro Magno ci lega all’Oriente. La scintilla che fece divampare l’incendio di incenso? I Beatles come scrissi anni fa su una nota rivista per amanti delle chitarre. Poi vennero rombanti i Led Zeppelin. Quindi in tempi più recenti gli inglese Stone Roses e Kula Shaker e gli scozzesi Primal Scream, mia grande passione negli anni Novanta. E per finire due band che mi hanno letteralmente stregato, i canadesi Elephant Stone e i tedeschi Samsara Blues Experiment. A ben vedere la volontà di esplorazione sonora riscontrata nei gruppi appena nominati non è assente nemmeno nel panorama indie italiano. L’ultimo album degli … A Toys Orchestra, infatti, si spinge proprio in questa direzione azzardando nuove possibili interpretazioni del viaggio verso “l’altrove”. Stesso discorso, forse ancora più accentuato sulle nuance “esotiche” per il dub rock dei livornesi Appaloosa. Conoscete qualcuno esente dal fascino dell’Oriente? Non ci credo. Tutti noi siamo finiti a sognare di ritagliarsi un ruolo nell’epopea mistico-musicale degli hippy. E parlando di percezioni e terzi occhi, pare evidente che la via da percorrere sia una questione molto, molto personale. <Namasdé.>

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The Izers

PERCHÉ GLI IZERS: Da Mantova città d’arte per eccellenza arriva il rock psichedelico degli Izers. La formazione che può vantare due chitarre – essenziali, parliamoci chiaro, nella riuscita del progetto – procede senza particolari timori a esplorare quanto altri hanno già fatto in precedenza, Kula Shaker, prima, e Elephant Stone, di recente, potendo contare su una sana dose di avventatezza e di acerba arroganza che li autorizza non solo a citare cartoline sonore dal passato ma anche a scriverne di nuove. Il risultato è tanto più sinceramente sorprendente quanto il quartetto riesce a spingere le propaggini di una psicadelia al patchouli verso la frenesia al Piz Buin dei Jimmy Eat World.

THE IZERS, The Izers EP, 2014

https://it-it.facebook.com/theizers

http://izers.bandcamp.com

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PERCHÉ GLI EMERALD LEAVES: L’appeal internazionale del sound fa presto dimenticare la loro provenienza tutta nostrana, ma questo poco conta ai fini del risultato finale. L’esordio degli Emerald Leaves sa unire l’avanguardia e la sperimentazione del migliore krautrock con le escursioni psichedeliche ed esageratamente eteree dei Kula Shaker, maestri negli anni Novanta di un certo art rock dalle profonde radici lisergiche. Il tutto poi è animato da una profonda e matura vena pop, merito della collaborazione con il DJ marsigliese Philippe Petit, che porta le jam del trio verso un’indefinita forma di canzone che solo nell’occasione – la nota suonata in un determinato istante – riconosce i limiti dello spazio e del tempo. Musica d’altri tempi coniugata con perfezione al presente.

THE EMERALD LEAVES, The Emerald Leaves, Jus De Balles Records 2014

https://www.facebook.com/theemeraldleaves

http://jusdeballesrecords.tumblr.com

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PERCHÉ I PLASTIC MADE SOFA: Si muovono ai confini dell’orizzonte sonoro i bergamaschi Plastic Made Sofa. Con ben in mente i Beatles più lisergici arrivano, attraverso la più moderna lezione del Brit rock, ad accarezzare sfuggenti sogni d’Oriente: così la sperimentazione degli anni Sessanta suona nella rivisitazione dei Kula Shaker, sempre loro, non me ne vogliate, senza però mai perdere d’occhio il mass appeal degli Oasis. In alcuni momenti tutto ciò viene abbandonato per rifugiarsi nelle più confortevoli e calde spire della California psichedelica. Che il viaggio abbia inizio!

PLASTIC MADE SOFA, Whining Drums, Zimbalam 2013

http://www.plasticmadesofa.com

http://www.facebook.com/pages/Plastic-Made-Sofa/109801271710?ref=mf

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PERCHÉ GLI ELEPHANT STONE: Richiami psichedelici all’Oriente e alle sue mille sfumature musicali si mescolano con la curiosità per mondi lontani tipica degli anni Sessanta e con la capacità di conquistare proseliti del Brit Rock (Kula Shaker). Straordinari pontieri tra i continenti e i decenni, i canadesi Elephant Stone colpiscono l’immaginario collettivo come poche band nel 2013. Un musical trip aperto a tutti.

ENGLISH: Psychedelic echoes from the Far East and its thousand music nuances mix with Sixties’ curiosity for faraway worlds and with Brit Rock proselytizing energy (see Kula Shaker). Amazing pontoneers linking continents and decades, Canadian Elephant Stone hit the collective imagination as few other rock bands have done this year. This musical trip is open to all.  

ELEPHANT STONE, Acid Killed My Rock & Roll: An Introduction to Elephant Stone, Reverberation Apprec. 2013

http://www.elephantstonemusic.com

https://www.facebook.com/ElephantStoneHQ

http://www.austinpsychfest.com/record-label

Free download: http://noisetrade.com