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INDIEce-INDIANA

Cari lettori, INDIEce interrompe la sua corsa dopo quasi due anni di agonismo sonoro indipendente. E lo fa per permettermi di concentrarmi maggiormente sul progetto di INDIANA MUSIC MAGAZINE, iniziativa editoriale on-line dedicata alle produzioni indie che porto avanti in maniera più strutturata con le amiche e colleghe Katia Del Savio e Elisa Giovanatti. Ma siate tranquilli, DOC INDIE con la sua rubrica settimanale in stile gonzo continuerà le sue scorribande verbali sul sito del MEI/AudioCoop a conferma di una forte partnership culturale con la creatura di Giordano Sangiorgi. Manterrò attivo il blog come archivio a disposizione di tutti e per nuovi eventuali interventi sulle classifiche indie in attesa della tavola rotonda di Milano del prossimo giugno. I recapiti per contattarmi rimangono gli stessi, ma d’ora in avanti tutto il vostro fluido indie dovrà confluire su INDIANA MUSIC MAGAZINE per dare ancora maggiore visibilità alla musica indipendente italiana e internazionale. È stato bello avervi a bordo e lo sarà ancora di più vedervi arrivare sulle pagine on-line di INDIANA MUSIC MAGAZINE. Let’s Keep in Touch, Be Indie Be Free, Matteo Ceschi/Doc Indie.

INDIEce merges with INDIANA MUSIC MAGAZINE. Contacts remain the same.

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Quando settima scorsa a DeeJay Chiama Italia, su Radio DeeJay, Cristiano Malgioglio ha denunciato la quasi totale assenza dal panorama musicale contemporaneo di autori degni di questo nome ho fatto un balzo sul divano esultando come feci l’ultima volta nel 2006 in occasione dei mondiali di calcio tedeschi. Di palle, questa volta, però, neanche l’ombra. Quella uscita dalla bocca di Malgioglio era ed è la pura verità. E anche se voleste conferirle una forma sferica, a forma di palla, la sostanza non cambierebbe affatto.

CRISTIANO MALGIOGLIO

Oggi la maggior parte dei testi delle canzoni in Italia sembrano essere stati scritti da mocciosi capricciosi: strofe appiccicose come muco, vocaboli violentati in nome di una presunta necessità mediatica e una dizione da fare rizzare in testa i capelli. Sono questi, ahimè, i tratti così distintivi della produzione musicale, gli amminoacidi che ne compongono il DNA. Certamente, la musica è fatta per intrattenere. Ma c’è forma e forma di svago. Il fatto che una canzone sia pop, “popular” secondo l’accezione di Andy Warhol, non comporta affatto che suoni sciocca e stupida fino allo sfinimento dell’ultimo neurone sano. Intrattenimento soprattutto, ma cazzarola, mettiamoci anche un po’ di intelligenza già che ci siamo. Il processo di anestesia culturale messo in atto dalla televisione e da una consistente parte della rete, cui la musica ormai partecipa da anni, può essere rotto. E ciò deve accadere semplicemente facendo un uso sensato dei ben 250.000 lemmi, ovvero quanti ne sono riportati sul Grande dizionario italiano dell’uso curato da Tullio De Mauro, su cui si regge la nostra bella e longeva lingua. Non volete utilizzarli tutti e quanti? Liberi di farlo. Ma, vi prego, rispettatene la natura e il significato. Una canzone scritta con vocaboli ed espressioni appropriate suona decisamente meglio. E, soprattutto, si fa capire meglio. In Italia e all’estero – non crediate, infatti, che grazie alla maggiore musicalità l’inglese la mancanza di talento dei parolieri sia un fenomeno assente in Inghilterra e negli States. E le eccezione, mi direte voi, al deprimente scenario dipinto in diretta da Malgioglio? Escludendo i vecchi leoni, gente che sapeva scrivere per le troppe bacchettate buscate a scuola, qualche candidato io ce l’avrei. Pochi nomi. Ma buoni. Personaggi che mi hanno colpito nel corso della mia ormai lunga carriera di critico. Per l’Italia: Ricky Bizzarro dei Radiofiera, Cesare Cremonini, Tony Tammaro, Merolla e i rapper Hyst e Loop Loona. Per il resto del mondo: Matt Deighton e gli Sleaford Mods dall’Inghilterra; Saul Williams dagli Stati Uniti; Mc Solaar dalla Francia. Basteranno a salvare la canzone?

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Nell’autunno del 2006 Tom Cox, firma del Sunday Times, contattò due musicisti in studio per proporgli una bizzarra idea per aumentare la visibilità del loro prodotto. Cox, al telefono spiegò ai diretti interessati, Matt Deighton e Chris Sheenan, i Bench Connection, il suo piano: fingersi quello che non erano per impersonare una mitica formazione folk, i Son of Bench, che, a causa dell’improvvisa morte di uno dei due membri, non era mai riuscita a dare alla luce l’album d’esordio.

The Bench Connection_Sunday Times_Dec 6, 2006_easy

Di lì a qualche giorno, Cox aprì un profilo sulla piattaforma MySpace dedicato ai Son of Bench, acid folk duo attivo agli inizi degli anni Settanta, composto da Ian Bench e Angus Benchley. Da una rapida lettura delle notizie biografiche caricate on-line si apprendeva che Angus con la collaborazione di Jack, il figlio del compianto Ian, annegato in circostanze misteriose nel 1971, era tornato sulla scena con la ferma intenzione di lanciare finalmente sul mercato The Orchard of Mother Mary Jane, unica testimonianza della breve carriera dei Son of Bench. I brani caricati, ovviamente erano quelli registrati dai Bench Connection. Deighton e Sheenan, per alcuni mesi stettero allo scherzo, compiaciuti certamente dall’incredibile numero di ascolti registrato nel frattempo da due canzoni appositamente rese disponibili on-line. Solo a dicembre Cox uscì allo scoperto sulle pagine del noto giornale svelando finalmente al mondo la vera identità degli “impostori” Son of Bench. I Bench Connection ebbero qualche tentennamento ad abbandonare la loro identità fasulla, ma, dopo qualche ora, cominciarono a camminare, come avrebbero comunque fatto in assenza di Cox, con le loro gambe. D’altronde sia Deighton che Sheenan aveva già alle spalle carriere avviate. E il loro cammino comune sotto il nome di Bech Connection, come potrete riscontrare voi stessi, non si è ancora oggi interrotto. La morale della storia? È doppia: da un lato rivela per l’ennesima volta le infinite risorse del web; dall’altro deve metterci in guardia dalle trappole della rete, fucina fin troppo prolifica di falsi talenti! <Ragazzi, non siate sciocchi, la storia si ripete e lo fa fin troppo spesso! Quindi, accettate il mio consiglio e rimanete sempre vigili durante la navigazione. L’oceano digitale oggi è tanto più affascinate quanto più pericoloso rispetto allora!> <NAUFRAGHI IN VISTA…>

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Il recente intervento di Iggy Pop sulla questione dei diritti digitali dovuti agli artisti sostenuta dal Worldwide Independent Network (in Italia promossa dal MEI/AudioCoop) e la sua affermazione secondo cui, , ha stimolato l’innata voglia del vostro DOC preferito di intervenire e sposare quei rimedi necessari per una salutare sopravvivenza della musica. Come non condividere l’affermazione dell’Iguana? Come dare contro ad un’esternazione così saggia e al tempo stesso evidente? Impossibile.

Iggy Pop, June 15, 2011_1

Parliamoci chiaro, il mondo dei talent show televisivi suona come un cosmo fittizio ed effimero e, se si escludono sporadici casi di “sopravvissuti”, per tutti gli altri il destino più auspicabile è un silenzioso oblio e un ritorno alla normalità. Di Mengoni, Noemi e Amoroso ce ne sono pochi e la cosa appare evidente anche all’osservatore/ascoltatore più distratto. E il mio, intendiamoci, non vuole essere un discorso elitista che scarica a priori ogni espressione “popular” del pentagramma. Anzi. È un accorato appello a riflettere sulle salutari parole di un saggio del rock che ha creduto, arrivato a un certo punto della sua carriera, di rimettersi in gioco ricominciando proprio partendo da un’etichetta indipendente. La dimensione a “ misura di musicista” che una indie label può dare è unica e non replicabile all’interno del meccanismo fordista delle major che per sua natura deve consegnare al pubblico sempre nuovi modelli e scartare rapidamente i vecchi. Diciamo 3-4 mesi di vita? Un’etichetta indie è, invece, un abito sartoriale cucito addosso a un artista che per fattura e comodità sorpassa anche il migliore dei capi firmati. E sorpresa, non costa di più! Non solo, con esso ci si sente più liberi di esprimersi. All’estero come in Italia i casi funzionanti sono molteplici. Pensiamo alla Bella Union, alla Rough Trade piuttosto che alla Gas Vintage del musicista Leo Pari o alla Macro Beats che si sta guadagnando a suon di beat e flow pagine e pagine di visibilità. Pensiamo a questi casi, ma a molto altri ancora. Ma non immaginiamoci dei lazzaretti. Piuttosto visualizziamo degli esperimenti sociali, una sorta di neo-comuni aperte, in cui il flusso delle energie creative non è bloccato da burocrati, scadenze e da dirigenti prestati per l’occasione alla discografia ma invece fluisce in maniera spontanea verso un confronto sempre costruttivo. Un confronto da cui avranno tutto da guadagnare gli ascoltatori. Pensiamo, riprendendo lil pensiero di Iggy, a loro come al futuro. L’unico futuro possibile per continuare a gioire a suon di musica. Questa volta vi risparmio mele e frutti aciduli! [Foto: Matteo Ceschi]

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Oggigiorno non basta più il talento. Diffidate di chiunque sostenga il contrario. Diffidate & Evitatelo. Se non hai l’attitude – il termine anglofono suona decisamente meglio della fredda espressione “professionalità” in cui possiamo fare rientrare diversi aspetti di una carriera artistica – non vai da nessuna parte. Sei al capolinea. Al massimo puoi consolarti strimpellando in solitudine il tuo strumento sotto una grigia pensilina. DO-RE-MI. DO-RE-MI.

Music Profession

Una riprova di questa secca affermazione, viene dalle stesse case discografiche indipendenti – cito un fulgido esempio, la Gas Vintage Records del folk-singer Leo Pari – che crescono e sopravvivono solo se, oltre ad essere etichette nel senso più tradizionale del termine, sono anche book agency in grado di fiutare in anticipo i posti giusti dove fare esibire l’artista o il gruppo giusto. Nulla, ahimè, vista la spietata concorrenza data dalla visibilità del web, può e deve essere lasciato al caso. Non ci si può e non ci si deve permettere sviste e scivoloni: niente più fonici improvvisati, niente ciclopici ritardi nell’inizio degli show (una sola ora di ritardo potrebbe benissimo significare una prematura scomparsa della giovane promessa), niente leggerezze sul palco e dal palco. Ben vengano momenti esaltanti di jam session, ma solo nel caso in cui gli attori sonori siano estremamente affiatati tra di loro. Niente di tutto ciò se si vuole fare musica nel 2014. Ultimamente mi è capitato di assistere troppo di frequente a segni di ripetuta sciatteria – il 98% dei casi, ammetto, non imputabili ai performers – e a nulla è servito dispensare pacati e amorevoli consigli in qualità di “vecchia volpe” ai pasticcioni di turno. Come se parola non fosse stata proferita. Non pervenuta. E dire che basterebbe per un istante che tutti i responsabili si sciacquassero di dosso la patina, a questo punto della storia, soffocante del talento e valutassero con serena obiettività la necessità di trovare intorno a sé anche un solo individuo in possesso dell’attitude, del piglio giusto. Un’unica persona, in grado di incazzarsi quel tanto in prossimità dello spettacolo da indirizzare gli altri al completamento della missione, sarebbe sufficiente per salvare baracca & burattini e fare sopravvivere il talento. Prendetelo come un gentile rimprovero il mio, come un frutto acidulo in grado di farvi storcere la bocca quel tanto da potere assaporare con rinnovata freschezza di palato tutta la gamma dei sapori rimasti. E se non volete prenderlo questo consiglio, siate liberi nelle vostre scelte. Strafogatevi del vostro sterile talento fino a scoppiare. Il mondo e con esso la musica andranno benissimo avanti senza di voi. E lo faranno con professionalità.

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Negli ultimi 24 mesi ho potuto scrutare dagli osservatori privilegiati di INDIEce e di M&D quel che succedeva alla scena hip-hop nostrana. Nella mia ricerca – concretizzatasi la scorsa estate anche in un succoso special sulle pagine del mensile appena citato – non ho dovuto sforzare troppo la vista per arrivare a sfiorare il fermento della novità. Laggiù, oltre i soliti noti nomi che si dividono a metà tra format televisivi e palazzetti in festa, qualcosa stava succedendo. E quel qualcosa, o meglio quel qualcuno, più di uno per la verità, stava andando con mio sommo piacere in una direzione inaspettata.

Parigi

Il rap made in Italy, almeno quello non mainstream, stava risorgendo dalle sue stesse ceneri e, con il fumo ancora addosso, invertiva la rotta e puntava senza esitazione verso l’eccellenza – mai ripetuta neanche oltralpe – del rap francese della prima metà degli anni Novanta. Per capirci, quello di McSolaar, del collettivo La Cliqua, degli IAM e di tanti altri ancora. Che si stesse tornando finalmente a fare rap? Il rap, quello vero? Riscontrai in più di un’occasione che quel modello francofono – un rifugiarsi nel calore materno dei beat e del flow old school – era presente in più di un disco. A cominciare da Danger di Nitro e Opera prima dei Loop Therapy, per continuare con Foga di En?gma e Senza fine di Loop Loona, e per finire con il più recente Mantra dell’amico HYST. A fare ben sperare per il futuro – ricordatevi che in qualità di vostro DOC di fiducia è mia prima premura controllare la vostra buona crescita a suon della migliore indie music – la volontà mai realmente celata degli artisti appena citati di inseguire un successo apertamente pop(ular) senza però trascurare la qualità dei prodotti e soprattutto svilire l’uso della parola, primo e principale strumento della comunicazione. D’altronde il sistema hip-hop anche nei lunghi periodi di oscurità e oscurantismo ha avuto sempre degli efficaci anticorpi in grado di mantenere viva l’originale memoria “street”. E allora, pur godendovi la gioia di questa nuova salutare rinascita del genere, non dimenticate di auto-somministravi la quotidiana dose di Bassi Maestro e di DJ Enzo, personaggi capaci non solo di resistere alle mode ma anche di custodire per le queste nuove generazioni emergenti la semplicità di una musica che proprio per sua natura è e rimarrà sempre pop(ular).

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Quale migliore artista a rappresentare l’imminente “notte delle streghe” se non Screamin’ Jay Hawkins con la sua classica I Put a Spell on You? Ve lo proponiamo in un filmato d’epoca del 1966 al Merv Griffin Show. PAUROSO!!!

Doc Indie DEF_easy

Le cose non vanno benissimo laggiù nella contrada degli Indipendenti? Presi dall’angoscia del momento vi guardate in giro alla ricerca di qualcuno che possa fare miracoli? No, no, che avete capito. Ho barba e capelli lunghi, ma forse mi avete scambiato per qualcun altro. Chi sono? Chiamatemi amichevolmente DOCTOR INDIE, o più semplicemente DOC (lo ammetto, sono un grande fan di Ritorno al futuro), ma sappiate che da me non otterrete altro che un allegro sollievo a suon di considerazioni sulla musica e la discografia indipendente (italiana e non). Con l’attitudine del migliore gonzo journalist non tacerò alcunché, anzi darò inchiostro alla penna e con anarchica & artistica puntualità colpirò laddove riterrò ce ne sia bisogno. BE INDIE, BE FREE! (come dice il dottore!)

Digitale

Persi tra una selva di “mi piace” e una tempesta di irritanti cinguettii e un interminabile elenco di “appuntamenti da non mancare” ci sono loro, gli artisti. E anche noi, comunque ci vogliate chiamare, critici e/o giornalisti. Ma questa è un’altra storia riconducibile a forme più o meno evidenti di narcisismo e di auto-celebrazione. Nessuno ha saputo resistere al richiamo delle sirene del web. Proprio nessuno. Come nessuno, parliamoci chiaro, ne ha tratto evidente e concreto profitto. Chi già era famoso, si è beato del riflesso digitale della propria fama, chi non lo era ha continuato a battere assiduamente l’underground come un reietto replicante di Blade Runner forte di un seguito seppure sparuto di adepti. Non tiriamo in gioco la fortuna, ammettiamo più semplicemente con noi stessi che da qualche parte nel profondo cuore della rete qualcuno se la sta spassando con le nostre foto, le nostre musiche e, persino, le nostre recensioni. Senza tirarci troppo giù, però, consideriamo anche che in alcuni casi è possibile ancora prendere il Mostro della Rete per le corna. Bisogna impegnarsi e studiare un po’ come ammansire la “bestia” per poi cercare di domarla. Come se fossimo al centro di un’arena per una course camarguaise. A correre dei rischi siamo solo noi. Ma che importa, la sfida vale la pena di essere giocata. Eccome se la vale! Lontano dalla fitta rete dei social network, nebulose di blog e isolate galassie-piattaforme offrono un habitat salubre alla crescita della musica. Semplici appassionati, professionisti orfani del formato cartaceo, guru 2.0, mecenati e artisti più interessati a fare conoscere i propri lavori che a “battere cassa” convergono verso queste “aree pensanti” del web e danno quotidianamente vita ad avvincenti esperimenti di diffusione culturale. Ognuno alla sua maniera. Ognuno con i propri mezzi. Ognuno con diverse fortune. Ognuno lontano, per quanto ancora possibile, dalla schiavitù monopolistica del ranking. 1.000.000 di visite! WOW! E poi un tonfo assordante prima dell’oblio. Ma tutti con un’unica e molto chiara idea in testa: l’arte prima di tutto. In tutte le sue forme. E in tutte le sue declinazione. Sentiamoci, allora, ribelli quel tanto che basta da potere esprimere, suonare, dipingere e filmare in maniere indipendente sorridendo in maniera distratta e beffarda al Grande fratello!