Archives for posts with tag: indie hits

The Minutes

PERCHÉ I MINUTES: Il rock, se vuole mantenersi giovane, deve essere scanzonato e un po’ cazzone. E questo gli irlandesi Minutes sembrano averlo capito molto bene visto che il loro secondo album suona decisamente in questa direzione: Live Well, Change Often è, infatti, quel tanto sferragliante, chiassoso e arrogante da vincere le residue resistenze e spingere l’ascoltatore fin nel palco d’onore del Rock Dome. Senza inventare nulla di nuovo il power trio si muove agilmente in un territorio sonoro che trova nei T-Rex e nei compatrioti Thin Lizzy i punti di riferimento per non perdere la bussola e gestire con una certa sicurezza l’esuberanza. Non ci si sorprenda quindi di passare da pezzi decisamente aggressivi e duri come Hold Your Hand ad altri più morbidi, ma certo non meno rock, come Outlaws, brano che riaccende il ricordo del primo Bryan Adams. Nell’attuale desolante paesaggio della discografia, sicuramente i Minutes meritano cinque minuti della vostra attenzione. Se poi sarà amore, saranno fatti musicali vostri…

THE MINUTES, Live Well, Change Often, Model Citizen 2014-15

http://theminutesmusic.com

http://modelcitizenrecords.bandcamp.com

Dustin Rabin Photography, Danko Jones, Fire Music, Dustin Rabin

PERCHÉ DANKO JONES: Dopo dodici album forse ci si aspetterebbe un po’ più di pacatezza. Ma il canadese Danko Jones non sembra volere diminuire nemmeno di un decibel la sua graffiante firma sonora. Con il più recente Fire Music – un titolo che avrebbe dovuto metterci in guardia sulle sue reali e mai sopite intenzioni di rocker battagliero – Mr. Jones, accompagnato per l’occasione dal fido John “JC” Calabrese, e da un nuovo batterista, Rich Knox, rispolvera le origini ma ammorbidisce di quel tanto il sound massiccio da rendere ognuno degli undici brani della tracklist una possibile hit per le radio dei college d’oltreoceano. La cosa – e qui blocco l’abbondare di nasi che si storcono – non suona affatto male, anzi, rende ancora più appetibile una proposta che nel passato, a causa della sua granitica forma, aveva allontanato o annoiato troppo presto il pubblico. E qui nel vecchio continente dove i campus universitari non sono ancora stati pompati con il testosterone? Basterà recuperare due casse importanti, una dose, quella sì, massiccia di buoni alcolici, e convincere il vostro migliore amico a mettere a disposizione la casa. Fire Music accenderà la serata fino ad illuminarla a giorno! E dopo la prima toccherà alle successive.

DANKO JONES, Fire Music, 2015, Bad Taste Records 2015

http://www.dankojones.com/fire-music

Doc Indie-MEI DEF_easy

Quando settima scorsa a DeeJay Chiama Italia, su Radio DeeJay, Cristiano Malgioglio ha denunciato la quasi totale assenza dal panorama musicale contemporaneo di autori degni di questo nome ho fatto un balzo sul divano esultando come feci l’ultima volta nel 2006 in occasione dei mondiali di calcio tedeschi. Di palle, questa volta, però, neanche l’ombra. Quella uscita dalla bocca di Malgioglio era ed è la pura verità. E anche se voleste conferirle una forma sferica, a forma di palla, la sostanza non cambierebbe affatto.

CRISTIANO MALGIOGLIO

Oggi la maggior parte dei testi delle canzoni in Italia sembrano essere stati scritti da mocciosi capricciosi: strofe appiccicose come muco, vocaboli violentati in nome di una presunta necessità mediatica e una dizione da fare rizzare in testa i capelli. Sono questi, ahimè, i tratti così distintivi della produzione musicale, gli amminoacidi che ne compongono il DNA. Certamente, la musica è fatta per intrattenere. Ma c’è forma e forma di svago. Il fatto che una canzone sia pop, “popular” secondo l’accezione di Andy Warhol, non comporta affatto che suoni sciocca e stupida fino allo sfinimento dell’ultimo neurone sano. Intrattenimento soprattutto, ma cazzarola, mettiamoci anche un po’ di intelligenza già che ci siamo. Il processo di anestesia culturale messo in atto dalla televisione e da una consistente parte della rete, cui la musica ormai partecipa da anni, può essere rotto. E ciò deve accadere semplicemente facendo un uso sensato dei ben 250.000 lemmi, ovvero quanti ne sono riportati sul Grande dizionario italiano dell’uso curato da Tullio De Mauro, su cui si regge la nostra bella e longeva lingua. Non volete utilizzarli tutti e quanti? Liberi di farlo. Ma, vi prego, rispettatene la natura e il significato. Una canzone scritta con vocaboli ed espressioni appropriate suona decisamente meglio. E, soprattutto, si fa capire meglio. In Italia e all’estero – non crediate, infatti, che grazie alla maggiore musicalità l’inglese la mancanza di talento dei parolieri sia un fenomeno assente in Inghilterra e negli States. E le eccezione, mi direte voi, al deprimente scenario dipinto in diretta da Malgioglio? Escludendo i vecchi leoni, gente che sapeva scrivere per le troppe bacchettate buscate a scuola, qualche candidato io ce l’avrei. Pochi nomi. Ma buoni. Personaggi che mi hanno colpito nel corso della mia ormai lunga carriera di critico. Per l’Italia: Ricky Bizzarro dei Radiofiera, Cesare Cremonini, Tony Tammaro, Merolla e i rapper Hyst e Loop Loona. Per il resto del mondo: Matt Deighton e gli Sleaford Mods dall’Inghilterra; Saul Williams dagli Stati Uniti; Mc Solaar dalla Francia. Basteranno a salvare la canzone?

SEGUI DOC INDIE ANCHE SU http://www.meiweb.it