Archives for posts with tag: California sound

Strut

Ormai non si tratta più di episodi sporadici, ma piuttosto sembra essere in atto una vera e propria fuga dalle major verso le indie label. Dopo i casi eclatanti di Iggy Pop (Fat Possum Records, 2013) e David Crosby (Blue Castle Records, 2014), è ora il turno di Lenny Kravitz tornato finalmente ai livelli d’eccellenza dei primi album (pubblicati dalla Virgin) con il recente Strut, edito dalla neonata etichetta personale Roxie Records. L’ultimo “passaggio” citato, quello di Kravitz, è la dimostrazione evidente di come, in una situazione di pieno e libero controllo artistico del prodotto – quindi lontano dalle pressioni poco artistiche di un mercato discografico in continuo affanno e dai ritmi dei format televisivi – anche artisti che negli ultimi anni hanno – e non se la prendano troppo i diretti interessati – vivacchiato sugli allori possano ora programmare un rilancio sulla scena con i botti (tanto da conquistare nel nostro paese un posto fisso nella Top ten dei singoli e degli album più venduti come si evince dalle classifiche relative pubblicate su Musica&Dischi). Registrando con piacere questi “ritorni”, l’invito che rivolgiamo a tutti è quello di essere, se possibile, ancor di più indipendenti. BE INDIE, BE FREE.

Gigantoid_easy

PERCHÉ I FU MANCHU: È come se avessero inventato il genere stoner l’altro ieri. Nulla pare essere cambiato dagli anni Novanta, eppure la freschezza e l’incredibile potenza del loro suono non ha perso un milligrammo di aggressività. La band californiana sembra, infatti, scoprire proprio nell’insanabile attaccamento alle radici sonore il piacere di citare con un certa frequenza i Black Sabbath e di concedersi, con grande sorpresa e goduria per l’ascoltatore, felici derive neo-psichedeliche (per la verità già mezze annunciate dalla copertina del disco). Ad ascoltarli sembrano, credetemi sulla parola, una demolition gang intenta a restituire alla natura lo spazio rubato con il sotterfugio dal cemento. Un colpo dopo l’altro vi ripagheranno della noia di averli dovuti aspettare per ben cinque anni!

FU MANCHU, Gigantoid, At the Dojo Records 2014

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PERCHÉ JONATHAN WILSON: Un disco denso (e ricco di ospiti) ma allo stesso tempo per niente ostico all’ascolto. D’altronde, Jonathan Wilson ha ben in mente il sound californiano degli anni Settanta e la potenza del rock à la Neil Young. E se ha ciò aggiungiamo un pizzico di Beatles ultima maniera il capolavoro prende forma all’orizzonte sonoro. Impossibile, quindi, non riconoscersi in una delle tredici tracce di Fanfare e non lasciarsi placidamente trasportare dalla magia verso le fantasie più sfrenate. Jonathan Wilson è, senza ombra di dubbio, insieme a Kurt Vile la migliore e più verace espressione musicale dell’America odierna. Killer track: Dear Friend.

Jonathan Wilson, Fanfare, Bella Union/Downtown Records 2013

http://songsofjonathanwilson.com

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http://bellaunion.com

http://downtownrecords.com

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PERCHÉ I BASTARS SONS OF DIONISO: Un rock che, a prescindere dalla parentesi televisiva di qualche anno fa, rimane inesorabilmente legato alla terra e alle tradizioni che lo hanno partorito in nome di un’ostinata indipendenza artistica. Il trio trentino, infatti, si erge orgoglioso di fronte al pubblico invitando tutti a partecipare alla scalata di vette canore e sonore inviolate. L’altitudine non sembra intimorire i TBSOD, tanto meno farli desistere dalle loro intenzioni: colpire con un energico e vitaminico groove stile Green Day per poi rapire i superstiti dell’attacco con trame melodiche e intrecci vocali che sanno molto di California Sound anni Settanta. Bugo, autore di una canzone, e lo Gnu Quartet, gli ospiti di un album destinato a non passare inosservato. P.S. Da non perdere per nessuno motivo Precipito, un piccolo gioiello “alpino” eseguito insieme al Coro Costalata.

THE BASTARD SONS OF DIONISO, The Bastard Sons of Dioniso, LP&Friends/Fiabamusic 2014

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PERCHÉ THE DEAR HUNTER: Un rock morbido dalle composte derive classiche e folk che sa mantenere una propria ruvida identità senza scadere nei manierismi del progressive si nutre della voce soul del suo fondatore, quel Casey Crescenzo già animatore dei The Receiving End of Sirens. Il risultato sul palco e in cuffia è uno strano connubio tra i Band of Horses, i Kansas e il migliore sound californiano dei Seventies che sfugge, proprio per le sue radici, a scontate definizioni e catalogazioni. D’altronde non potrebbe essere altrimenti visto che il band leader Crescenzo è nato e cresciuto ai mitici Record Plant Studios di Suasalito.

THE DEAR HUNTER, Migrant Reprise, Rude Records/Equal Vision Records 2014

http://thedearhunter.com

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http://www.ruderecorz.com

http://www.equalvision.com