Archives for posts with tag: 1990s rock

Dustin Rabin Photography, Danko Jones, Fire Music, Dustin Rabin

PERCHÉ DANKO JONES: Dopo dodici album forse ci si aspetterebbe un po’ più di pacatezza. Ma il canadese Danko Jones non sembra volere diminuire nemmeno di un decibel la sua graffiante firma sonora. Con il più recente Fire Music – un titolo che avrebbe dovuto metterci in guardia sulle sue reali e mai sopite intenzioni di rocker battagliero – Mr. Jones, accompagnato per l’occasione dal fido John “JC” Calabrese, e da un nuovo batterista, Rich Knox, rispolvera le origini ma ammorbidisce di quel tanto il sound massiccio da rendere ognuno degli undici brani della tracklist una possibile hit per le radio dei college d’oltreoceano. La cosa – e qui blocco l’abbondare di nasi che si storcono – non suona affatto male, anzi, rende ancora più appetibile una proposta che nel passato, a causa della sua granitica forma, aveva allontanato o annoiato troppo presto il pubblico. E qui nel vecchio continente dove i campus universitari non sono ancora stati pompati con il testosterone? Basterà recuperare due casse importanti, una dose, quella sì, massiccia di buoni alcolici, e convincere il vostro migliore amico a mettere a disposizione la casa. Fire Music accenderà la serata fino ad illuminarla a giorno! E dopo la prima toccherà alle successive.

DANKO JONES, Fire Music, 2015, Bad Taste Records 2015

http://www.dankojones.com/fire-music

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Black Knights_01

Cosa aspettarsi quando la chitarra più iconica degli ultimi venticinque anni, quella dell’ex RHCP John Frusciante, e i migliori discepoli della scuola dei Wu-Tang Clan, i californiani Rugged Monk e Crisis, meglio conosciuti come Black Knights, uniscono i loro sforzi creativi? Un album, Medieval Chamber, capace nel 2014 di conquistare nuovi proseliti alla causa hip-hop, e un freschissimo (e lunghissimo) singolo, Shadows of a Panther. L’ultimo prodotto del fortunato sodalizio artistico suona come pochi altri dischi nel panorama black a stelle & strisce e riesce a mettere, grazie all’eclettica regia di Frusciante, insieme la finezza dei fraseggi jazz-blues di Hendrix con una metrica dilatata che in Gil Scott-Heron ha l’immancabile riferimento. Che sia il preludio a un nuovo disco? Lo si spera vivamente, visto che Shadows of a Panther rappresenta non solo un’evidente e naturale maturazione persino rispetto al pregevole e già citato Medieval Chamber ma uno dei possibili futuri del genere rap.

http://www.blackknightsmusic.com

https://www.facebook.com/pages/Black-Knights/750220498327687

http://johnfrusciante.com

http://recordcollectionmusic.com

Strut

Ormai non si tratta più di episodi sporadici, ma piuttosto sembra essere in atto una vera e propria fuga dalle major verso le indie label. Dopo i casi eclatanti di Iggy Pop (Fat Possum Records, 2013) e David Crosby (Blue Castle Records, 2014), è ora il turno di Lenny Kravitz tornato finalmente ai livelli d’eccellenza dei primi album (pubblicati dalla Virgin) con il recente Strut, edito dalla neonata etichetta personale Roxie Records. L’ultimo “passaggio” citato, quello di Kravitz, è la dimostrazione evidente di come, in una situazione di pieno e libero controllo artistico del prodotto – quindi lontano dalle pressioni poco artistiche di un mercato discografico in continuo affanno e dai ritmi dei format televisivi – anche artisti che negli ultimi anni hanno – e non se la prendano troppo i diretti interessati – vivacchiato sugli allori possano ora programmare un rilancio sulla scena con i botti (tanto da conquistare nel nostro paese un posto fisso nella Top ten dei singoli e degli album più venduti come si evince dalle classifiche relative pubblicate su Musica&Dischi). Registrando con piacere questi “ritorni”, l’invito che rivolgiamo a tutti è quello di essere, se possibile, ancor di più indipendenti. BE INDIE, BE FREE.

Jay Adams

JAY ADAMS (1961-2014), skateboarder statunitense e membro degli Z-Boys.

<Hey, Jay, questa è tutta per te! Guardrail dei Fu Manchu…>

Gigantoid_easy

PERCHÉ I FU MANCHU: È come se avessero inventato il genere stoner l’altro ieri. Nulla pare essere cambiato dagli anni Novanta, eppure la freschezza e l’incredibile potenza del loro suono non ha perso un milligrammo di aggressività. La band californiana sembra, infatti, scoprire proprio nell’insanabile attaccamento alle radici sonore il piacere di citare con un certa frequenza i Black Sabbath e di concedersi, con grande sorpresa e goduria per l’ascoltatore, felici derive neo-psichedeliche (per la verità già mezze annunciate dalla copertina del disco). Ad ascoltarli sembrano, credetemi sulla parola, una demolition gang intenta a restituire alla natura lo spazio rubato con il sotterfugio dal cemento. Un colpo dopo l’altro vi ripagheranno della noia di averli dovuti aspettare per ben cinque anni!

FU MANCHU, Gigantoid, At the Dojo Records 2014

http://www.fu-manchu.com

https://www.facebook.com/FuManchuBand

http://www.atthedojorecords.com

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Secondo appuntamento con il MArteLabel Fest, il festival itinerante che vedrà le band di MArteLabel insieme per un tour che nei prossimi mesi toccherà le principali città italiane. Sul palco della Fabbrica del vapore di Milano saranno di scena i Nobraino, Dellera, i Mammooth e Giacomo Toni. Appuntamento da non mancare il prossimo 14 luglio.

http://www.martelabel.com

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PERCHÉ GLI AFGHAN WHIGS: Se volete qualcosa di più da un disco rock, allora avete proprio sbagliato genere di riferimento o, lasciatevelo dire in tutta franchezza, è arrivato il vostro momento di imbracciare la chitarra e dire la vostra. Greg Dulli e soci, dopo anni di silenzio (sedici per l’esattezza) interrotti solamente da comparsate live a destra e manca per il globo, tornano a fare quello per cui sono nati e non tradiscono le aspettative di quanti nel frattempo avevano consumato dischi e cd degli Afghan Whigs. Un rock rude e dalla maschia poesia ma al tempo stesso capace di un’ampia varietà melodica e ritmica vi inchioderà alle casse dello stereo restituendovi con uno schioppo di dita l’orgoglio di avere difeso la vostra natura di rockers e freaks. THAT’S ROCK FOLKS!

AFGHAN WHIGS, Do to the Beast, Sub Pop 2014

http://theafghanwhigs.com

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https://www.subpop.com

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PERCHÉ I VELVET: Un sound cosciente che strizza più di un occhio alle sonorità degli anni Novanta trovando, senza, però, perdere virilità, una nuova e naturale forma a un contenuto per lo più già noto, il rock. I riferimenti in Italia e all’estero sono molteplici: a partire dai Subsonica per finire con i camaleontici Kasabian, la band che forse più di tutte le altre sembra avere guidato questo ennesimo cambio di pelle del quartetto capitolino. Un esempio perfetto dell’eclettico mimetismo dei Velvet è Scrivimi quello che fai, brano 3.0 impreziosito dalla tromba di Fabrizio Bosso (questa volta in stile Terence Blanchard), in cui presentimenti di electro-dance contaminano l’originaria matrice in direzione di una concezione assolutamente plastica della musica.

VELVET, Storie, Cosecomuni 20124

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PERCHÉ I GELFISH: Se la carta vetrata potesse emettere note e strofe lo farebbe con la forza abrasiva degli abruzzesi Gelfish. Un mix micidiale che unisce incoscientemente i Placebo, White Zombie, Marilyn Manson e un sotterraneo fiume di appiccicoso funk si unisce in uno sconcio matrimonio con la figlia minorenne del post-grunge. La liaison appena descritta rappresenta solo l’antipasto di un EP che al momento, nel campo dell’hardcore e del crossover, non ha credibili antagonisti lungo lo stivale. Non date nulla per scontato. E se mai doveste farlo, preparatevi a essere rovinosamente travolti dalla loro presenza ritmica.

GELFISH, Hungry, 2014

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PERCHÉ ARTO LINDSAY: Un rock nobile nella sostanza e ovattato nella forma svela la natura poliedrica e multietnica (l’America si fonde con il Brasile) del suo autore, uno dei “grandi vecchi del rock”. Il doppio album – al meglio della produzione da solista di Arto Lindsay tra il 1996 e il 2004 segue un’incredibile e magnetica performance dal vivo voce e chitarra – vi permetterà di provare ancora molte volte il gusto della sorpresa. Encyclopedia of Arto, lungi dal volere educare, ha come unico scopo quello di incuriosire e di ricordare quanto ancora il presente musicale parli correttamente l’idioma universale del passato. Grazie Arto, mille di queste canzoni!

ARTO LINDSAY, Encyclopedia of Arto, Ponderosa Music&Art 2014

http://www.ponderosa.it

http://abuzzsupreme.it