Archives for posts with tag: 1980s rock

Strut

Ormai non si tratta più di episodi sporadici, ma piuttosto sembra essere in atto una vera e propria fuga dalle major verso le indie label. Dopo i casi eclatanti di Iggy Pop (Fat Possum Records, 2013) e David Crosby (Blue Castle Records, 2014), è ora il turno di Lenny Kravitz tornato finalmente ai livelli d’eccellenza dei primi album (pubblicati dalla Virgin) con il recente Strut, edito dalla neonata etichetta personale Roxie Records. L’ultimo “passaggio” citato, quello di Kravitz, è la dimostrazione evidente di come, in una situazione di pieno e libero controllo artistico del prodotto – quindi lontano dalle pressioni poco artistiche di un mercato discografico in continuo affanno e dai ritmi dei format televisivi – anche artisti che negli ultimi anni hanno – e non se la prendano troppo i diretti interessati – vivacchiato sugli allori possano ora programmare un rilancio sulla scena con i botti (tanto da conquistare nel nostro paese un posto fisso nella Top ten dei singoli e degli album più venduti come si evince dalle classifiche relative pubblicate su Musica&Dischi). Registrando con piacere questi “ritorni”, l’invito che rivolgiamo a tutti è quello di essere, se possibile, ancor di più indipendenti. BE INDIE, BE FREE.

Jay Adams

JAY ADAMS (1961-2014), skateboarder statunitense e membro degli Z-Boys.

<Hey, Jay, questa è tutta per te! Guardrail dei Fu Manchu…>

Gigantoid_easy

PERCHÉ I FU MANCHU: È come se avessero inventato il genere stoner l’altro ieri. Nulla pare essere cambiato dagli anni Novanta, eppure la freschezza e l’incredibile potenza del loro suono non ha perso un milligrammo di aggressività. La band californiana sembra, infatti, scoprire proprio nell’insanabile attaccamento alle radici sonore il piacere di citare con un certa frequenza i Black Sabbath e di concedersi, con grande sorpresa e goduria per l’ascoltatore, felici derive neo-psichedeliche (per la verità già mezze annunciate dalla copertina del disco). Ad ascoltarli sembrano, credetemi sulla parola, una demolition gang intenta a restituire alla natura lo spazio rubato con il sotterfugio dal cemento. Un colpo dopo l’altro vi ripagheranno della noia di averli dovuti aspettare per ben cinque anni!

FU MANCHU, Gigantoid, At the Dojo Records 2014

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PERCHÉ I TWOO MOONS: Post-punk stratificato e schegge impazzite di new wave tardi anni Ottanta contraddistinguono un lavoro che ricorda per certi versi i più riusciti album dei Radio 4 e per altri il Bowie di China Girl. Ascoltando Elements potrete riconsiderare seriamente la possibilità, spesso trascurata, che il rock sia un genere ballabile. Per i Two Moons lo è a tal punto da farne un rito associativo in cui coinvolgere tutti anche quanti, incautamente avvicinatesi alla loro musica, si sono ritrovati con sorpresa a muoversi dalla cintola in giù. D’altronde negli “elementi” naturali citati nel titoli e ripresi poi nelle singole canzoni il movimento è quanto di più spontaneo e naturale.

TWO MOONS, Elements, Irma Recrods 2014

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GRAUZONE, Eisbär (in Swiss Wave compilation), Off Course Records 1980

 

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PERCHÉ ARTO LINDSAY: Un rock nobile nella sostanza e ovattato nella forma svela la natura poliedrica e multietnica (l’America si fonde con il Brasile) del suo autore, uno dei “grandi vecchi del rock”. Il doppio album – al meglio della produzione da solista di Arto Lindsay tra il 1996 e il 2004 segue un’incredibile e magnetica performance dal vivo voce e chitarra – vi permetterà di provare ancora molte volte il gusto della sorpresa. Encyclopedia of Arto, lungi dal volere educare, ha come unico scopo quello di incuriosire e di ricordare quanto ancora il presente musicale parli correttamente l’idioma universale del passato. Grazie Arto, mille di queste canzoni!

ARTO LINDSAY, Encyclopedia of Arto, Ponderosa Music&Art 2014

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PERCHÉ PIETROPAOLI & VITERBINI: Il duo – double bass e chitarre – rende chiaro fin da subito l’aggettivo “primitivo” utilizzato nel titolo. Nell’inebriante carosello delle cover Pietropaoli e Viterbini optano per un ritorno alle radici e alla semplicità spogliando i brani di tutti quegli elementi belli ma “sacrificabili”. I brani, così ridotti all’osso, rivivono in una seconda pelle e riaccendono le passioni e i sentimenti dell’atto creativo. Nessuno, per nostra fortuna, viene risparmiato, nemmeno Black Hole Sun, inno generazionale dei Soundgarden. Un’operazione così ardita ricorda molto il Miles Davis degli anni ‘80s.

ENZO PIETROPAOLI & ADRIANO VITERBINI, Futuro Primitivo, Egea 2013

http://www.enzopietropaoli.com

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