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Solo

PERCHÉ GLI OVLOV: Schiacciando il tasto PLAY rimarrete stregati dall’incredibile amalgama vocale e sonoro degli Ovlov, capace di colorare di delicate sfumature pop la tradizione rock senza renderla per questo stucchevole come richiesto dalle leggi del mercato. Il disco, quasi fosse stato partorito nelle viscere della contemporaneità, racchiude quella variopinta eterogeneità che agita ogni metropoli del XXI secolo che ambisca ad essere chiamata così. I richiami al sound new yorkese sono inevitabili – a produrre l’album e ad accompagnare la band è stato l’ex-Smiths Andy Rourke ora fisso nella Grande mela – ma nel corso dell’ascolto ci si rende presto conto che non rappresentano affatto un soffocante limite alla volonta di esprimersi senza alcun limite degli Ovlov. Non volete credermi? Provate a trovare il tempo di poggiare le vostre pigre orecchie su Fall Down, con la chitarra di Xabier Iriondo, e su Delicious, un brano degno dei migliori Blondie. Nel complesso i 34 minuti di Solo vi regaleranno sorprese, e perché no, persino qualche gioia inaspettata vista la profonda venature sensuale che la cantante e chitarrista Luisa Pangrazio ha saputo infondere in tutto il lavoro.

OVLOV, Solo, RedCarpet/Volume UP

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PERCHÉ I CAROUSEL: Jackson Phillips e Kevin Friedman riprendono senza pudori i suoni che hanno fatto la fortuna della musica pop anni Ottanta (inclusi quelli di alcune note colonne sonore) e senza esitazioni decidono di unirli in matrimonio con l’incredibile tocco sornione del “French Touch”. Il risultato, un ibrido decisamente orecchiabile, non deve, però, distogliere l’attenzione dalle numerose sfumature originali che riescono a fare di questo dance patchwork una sicura fonte di divertimento. I Carousel, bisogna ammettere, sanno mantenere senza ambire alla perfezione  tutto il calore della dance nelle loro creazioni.

CAROUSEL, Palms, 2013

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PERCHÉ I FOXHOUND: Nonostante una seconda prova discografica solida che guarda con occhio visibilmente interessato alla scena musicale inglese, gli scanzonati Foxhound sanno tenere bene a terra i piedi sul suolo nostrano. L’Italia non è Albione, certamente, ma questo non impedisce loro di prodigarsi in un album che suona e avanza verso la maturità artistica nel solco degli U2 e dei Franz Ferdinand e di altre importanti band alternative d’oltremanica. Difficile non convincersi di ciò, nella misura in cui il rock abbraccia senza timori un’apertura mentale pop in grado, almeno sulla carta, di trasformare ognuno degli undici brani in una potenziale hit. Qualcuno ci aveva visto lungo assegnando loro nel 2012 la Targa Giovani MEI Supersound come Miglior Gruppo.

FOXHOUND, In primavera, 2014

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PERCHÉ MASSIMO COPPOLA: Un album libero e ostinatamente ispirato a quell’idea di fusion che ha fatto della sensibilità pop una ragione di vita. I riferimenti sono molteplici e appartengono tutti agli anni Ottanti: Tears for Fears, Prefab Sprout, il primo Sting solista per finire con Sade. Proprio perché forte di questi riferimenti, Massimo Coppola riesce a infondere al lavoro un gusto personale – pur mantenendo però sempre ben ferma l’idea di rendere omaggio a un decennio troppo frequentemente bistratto dal punto di vista musicale – anche quando entra nel campo minato delle cover come in occasione di Pale Shelter scritta appunto da Roland Orzabal and Curt Smith.

MASSIMO COPPOLA, Sinceri oroscopi, Silent Groove 2014

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