Archives for category: Black rock

Strut

Ormai non si tratta più di episodi sporadici, ma piuttosto sembra essere in atto una vera e propria fuga dalle major verso le indie label. Dopo i casi eclatanti di Iggy Pop (Fat Possum Records, 2013) e David Crosby (Blue Castle Records, 2014), è ora il turno di Lenny Kravitz tornato finalmente ai livelli d’eccellenza dei primi album (pubblicati dalla Virgin) con il recente Strut, edito dalla neonata etichetta personale Roxie Records. L’ultimo “passaggio” citato, quello di Kravitz, è la dimostrazione evidente di come, in una situazione di pieno e libero controllo artistico del prodotto – quindi lontano dalle pressioni poco artistiche di un mercato discografico in continuo affanno e dai ritmi dei format televisivi – anche artisti che negli ultimi anni hanno – e non se la prendano troppo i diretti interessati – vivacchiato sugli allori possano ora programmare un rilancio sulla scena con i botti (tanto da conquistare nel nostro paese un posto fisso nella Top ten dei singoli e degli album più venduti come si evince dalle classifiche relative pubblicate su Musica&Dischi). Registrando con piacere questi “ritorni”, l’invito che rivolgiamo a tutti è quello di essere, se possibile, ancor di più indipendenti. BE INDIE, BE FREE.

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Benjamin Booker_by Max Norton_easy

PERCHÉ BENJAMIN BOOKER: Un rock and roll che ha le sue radici più profonde in Chuck Berry incontra in un’incredibile esplosione di energia sonora i Beatles di Revolver, l’estro incompreso dei T-Rex, il Dylan più “trasandato” e il soul di Sam Cooke. Ne scaturisce una bolla di splendente passato in un presente grigio e dalle ancora più scure prospettive per il futuro. A Benjamin Booker, classe 1989, non manca certo il coraggio di aggiungere a questo già incredibile amalgama un gusto post-grunge/garage molto contemporaneo che lo avvicina per l’azzardo creativo – se lo ascolterete non potrete che condividere questa opinione – a Jack White. A ciò aggiungete una voce quel tanto rude & ruvida da suonare piacevolmente imperfetta e dimenticherete presto quanto ascoltato nell’ultimo anno solare. Concedete a questo giovane cantautore rock adottato da New Orleans un’occasione. Non ne rimarrete delusi.

BENJAMIN BOOKER, Benjamin Booker, Rough Trade 2014

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PERCHÉ SAIDAH BABA TALIBAH: Come resistere alla figlia di Salome Bey, la “Canada’s First Lady of Blues”? Rinunciate in partenza alla vostre intenzioni! Saidah, partendo proprio dal seno blues&soul materno, sviluppa un’idea di funk-rock che ha inevitabilmente i suoi possenti riferimenti nei Funkadelic e ancor più in Betty Davis. Le ruvide tracce dell’album sono ricche di citazioni ma al contempo si dimostrano capaci, grazie all’irruenza del loro naturale approccio afro-punk, di dire qualcosa di nuovo ed accattivante nel panorama black. L’urlo del titolo non è mai stato così spontaneo e potente.

SAIDAH BABA TALIBAH, (S)Cream, Creative Works / Last Gang Labels 2011

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PERCHÉ I WHITE MANDINGOS: Concept album ispirato a uno dei tanti “eroi comuni” dello scacchiere urbano statunitense che unisce la cattiveria e la frustrazione del punk con l’incredibile carica di denuncia del rap. Il rapper losangeleno Murs, Darryl Jenifer, bassista e anima della band hardcore Bad Brains, e il musicista e agitatore culturale Sacha Jenkins non vi faranno rimpiangere con la loro music narrative i tempi d’oro di Public Enemy e Beastie Boys. Se non mi credete, almeno date retta ai diretti interessati: <The White Mandingos are heavy, not wavy.>

WHITE MANDINGOS, The Ghetto Is Tryna Kill Me, Fatbeats Records 2013

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PERCHÉ BLACK JOE LEWIS: Ideale colonna sonora alternativa del black-western Posse di Mario Van Peebles ad opera del sestetto di Austin Texas. Black Joe Lewis e compagni sviscerano una miscela blues-rock-funk ad alto potenziale che ha proprio nella rombante chitarra del leader e nella solida sezione ritmica il suo migliore punto di forza. Crazy Blues!

BLACK JOE LEWIS, Electric Slave, Vagrant Records 2013

BLACK JOE LEWIS, NoiseTrade Eastside Manor Sessions, 2013

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