IndieMusicLike

Continua il bel dibattito avviato ieri da un mio commento – vedi post precedente – sulla presenza di artisti editi da major nell’ultima classifica INDIE MUSIC LIKE del MEI/AudioCoop, chart dedicata ai singoli pubblicati dalle etichette discografiche indipendenti. Ai già numerosi interventi si aggiunge quello molto dettagliato e vissuto di Eugenio Finardi.

EUGENIO FINARDI: Il mio ultimo Album, per esempio l’ho finanziato io e prodotto insieme a Max Casacci, edizioni al 50%. Poi abbiamo venduto il master a Universal rifacendoci giusto giusto delle spese. E’ un disco indie?

GIORDANO SANGIORGI (MEI/AUDIOCOOP): Bel dibattito! Per me è un disco indie. La produzione parte dall’investimento “a rischio” di realtà indipendenti.

DOC INDIE: Effettivamente la cosa può avere mille sfumature, già! Io ho spesso registrato, ed è il caso più frequente, la possibilità che un’etichetta indipendente si appoggi per la distribuzione a una major, ti cito il caso che conosco molto bene della Mescal di Nizza Monferrato, paese di mia nonna, che si appoggiava se non sbaglio alla Sony. In quel caso, tutto il lavoro di realizzazione, promozione e eventi live però rimaneva a carico della Mescal. Io non ho mai ricevuto cartelle stampa dalla Sony, per esempio, e tutte le richieste per le copie dei CD, quando ancora c’erano, e dei pass per i live li richiedevo direttamente chiamando Nizza Monferrato. Stesso discorso per i ragazzi del collettivo rap Machete Empire. In entrambi i casi sul CD compariva prima il logo della indie label poi a quello della major che fungeva da distributore. E qui andiamo a toccare un nodo assai spinoso, vista la cronica assenza di distributori indipendenti sul territorio nazionale. Spesso l’appoggio della major in veste di puro e semplice distributore è l’unica alternativa al passaggio di mano in mano dei supporti fisici, una particolarità, questa, tutta italiana. All’estero i distributori indie sono, invece, parecchi e molto attivi. Il tuo caso apre effettivamente una seconda via, con la vendita del master a una major – che immagino poi si occupi di tutto il marketing e della promozione – ma lascia la fase di concezione, realizzazione e registrazione dell’album all’artista o agli artisti che agiscono ed operano secondo coscienza e liberi da ogni sorta di condizionamento del mercato. Credo, caro Eugenio, che tu abbia sollevato una giusta osservazione, un’osservazione che non potrà che fare bene al dibattito. Quello che mi preme è cercare di fare una distinzione tra un aspetto puramente soggettivo, “quel disco ha sonorità indie…”, e un altro, più tecnico, e quindi più adatto a diventare un criterio per stilare una classifica, sulla natura dei legami umani ancor prima che “commerciali” tra artista, label ed eventuale editore e sulla mole di risorse investite. Pare evidente che il budget investito da una major per la sola promozione e la sua maggiore facilità ad arrivare ai media posso e faccia un’enorme differenza rispetto a quell’artista che, per mille motivi, sceglie l’altra via.

EUGENIO FINARDI: Allora approfondisco un paio di temi. Passati i 3 mesi dalla pubblicazione la major considera il disco fuori promozione, a meno che non sia un mega successo. Da allora la mia etichetta EFsounds si occupa della promozione e del booking nonché di ogni altro aspetto della mia attività, dalle produzioni Live alle direzioni artistiche, merchandising, sponsor e logistica. Devo dire con ottimi risultati artistici, umani ed economici. La totale libertà di gestione permette scelte coraggiose, come quella di donare il proprio lavoro a cause meritevoli e socialmente rilevanti, come associazioni, centri sociali, NGO, ecc. Ma consente anche di confrontarsi in maniera limpida con grandi marchi, aziende e strutture pubbliche. Nella mia esperienza chi fa da se fa per tre. L’unica falla forse è il rapporto con le radio commerciali che raramente trattano direttamente con gli artisti indipendenti.

EUGENIO FINARDI: Sul preferire le piccole etichette alle major, voglio aggiungere, c’è a volte da considerare un fattore. Le piccole etichette spesso fanno capo ad una sola persona che diventa il dominus di ogni scelta e, nella mia esperienza passata, può diventare un padroncino che fa il bello e il cattivo tempo, mettendo il becco in ogni dettaglio, oltretutto con la necessità di mantenere la propria struttura con un limitato numero di artisti. Le major invece, anche se lente a reagire e burocratiche nell’operatività, paradossalmente lasciano più libertà d’azione perché la loro attenzione è spalmata su decine di diversi artisti. L’ideale sarebbe la totale autogestione appena uno ha raggiunto il livello di sussistenza necessario. Solo collaborazioni senza padroni!