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PERCHÉ ALEX USAI: Una voce che si divide tra Stevie Wonder e il più sornione Chris Rea già da sola potrebbe essere un ottimo biglietto da visita. Ma in quest’album c’è molto di più: accanto alle interessanti interpretazioni canore del band leader, abile con la chitarra quanto con la voce, c’è il groove funky-jazz prodotto dalle tastiere vintage di Alberto Gurrisi e dal basso di Ivo Barbieri. Da questo incontro scaturisce un disco raffinato quel tanto da non perdere però la sua schiettezza. Alla base di tutto, ovviamente, rimane il blues ma, come si sa, le “strade del diavolo” portano spesso lontano e in direzioni inaspettate.

ALEX USAI BLUES BAND, Blues Tale, 2014

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PERCHÉ I NIGGA RADIO: Da Catania un rovente mix mediterraneo di blues e garage rock all’insegna dei suoni e degli arrangiamenti casserole che ricordano il primo Tricky. Il disco letteralmente scalpita come uno stallone selvaggio costretto a un giro sui tizzoni roventi dell’Etna riempendo l’etere di promettenti sensazioni sonore. <Il prossimo brano… sarà ancora meglio!>, viene spontaneamente da dire. La band spinta dalle chitarre di Daniele Grasso e dalla graffiante voce soul di Vanessa “Goldie” Pappalardo passa per un istante accanto a Robert Johnson per poi correre a depredare quel tesoro psichedelico che inevitabilmente impone a chi suona e a chi ascolta di ampliare l’orizzonte. E se, alla fine, anche in Italia avessimo trovato qualcuno in grado di suonare con l’innata curiosità di Jack White?

NIGGA RADIO, ‘na storia, DCave Records/Lunatik 2014

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PERCHÉ I SUPER APES: “Non è il soggetto più forte o il più intelligente che sopravvive, ma quello che gestisce meglio il cambiamento”. Giovani, ancora per un po’, glielo si augura di tutto cuore, e dalle idee vigorose e virali, i Super Apes hanno dato prova evidente di avere assimilato molto bene le osservazione sul campo di Charles Darwin tanto da emergere dal brodo sonoro londinese imponendo il gusto per l’azzardo e la sperimentazione come unica via percorribile per la musica contemporanea. Non c’è in loro particolare studio – l’applicazione, lasciatevelo dire, conta fino a un certo punto in questo campo – quanto, piuttosto, la ferma convinzione dei primi scalatori dell’Everest nel riuscire nell’impresa “di distinguersi”. E allora, ben vengano i numerosi riferimenti a primati e a fantasiose creature mutanti e ancora di più all’epopea iconoclasta e sovversiva bolscevica dei testi. E perché no, anche i richiami nella grafica di copertina al caro e vecchio sussidiario. L’evoluzione della specie ha oggi, grazie ai Super Apes, la sua colonna sonora.

SUPER APES, Eating Brains EP, 2014

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http://superapes.bandcamp.com

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PERCHÉ DAVIDE TOSCHES: Con il tatto e la profondità di un poeta intimista Davide Tosches dischiude per noi scorci di vita che, oggi più di ieri, sarebbe un grave errore dare per scontati. Luci della città distante vive di un folk-rock diretto ed irrazionale che spinge la musica ad andare a ritmo con l’esistenza e l’esistente, qualunque sia l’esito della loro traiettoria. Lontano da ogni forma di protagonismo, l’autore non manca occasione di offrirsi al pubblico incoraggiando, al contempo, l’ascoltatore a fare lo stesso in un processo di perfetta osmosi sonora e sentimentale che mantiene qualcosa del rito catartico.

DAVIDE TOSCHES, Luci della città distante, Controrecords 2014

http://davidetosches.com

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PERCHÉ KARIMA: Un album che possiede la freschezza di Monie Love e Queen Latifah, la coscienza militante dei Public Enemy e la solidità sonora di KRS-One. Karima, italiana di origine liberiana, canta, o se preferite rappa, la condizione di figlia d’Africa nata e cresciuta lontana dalla terra dei genitori: nelle lyrics conscious c’è l’orgoglio di appartenere non a uno ma bensì a due continenti, ma anche la consapevolezza di dovere fronteggiare nel quotidiano la stupidità e la chiusura mentale di troppi individui. Difficile trovare nel singolo Orangutan così come nelle altre tracce la benché minima venatura satirica; piuttosto ad emergere è la voglia di denunciare ciò che non va per cercare di cambiare “certe brutte abitudini”. Ritmi bass & dub su rime grime per un perfetto album in stile pidgin english.

KARIMA, 2G (Second Generation), Soupu Music 2014

http://www.facebook.com/karimanb1

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PERCHÉ JONATHAN WILSON: Un disco denso (e ricco di ospiti) ma allo stesso tempo per niente ostico all’ascolto. D’altronde, Jonathan Wilson ha ben in mente il sound californiano degli anni Settanta e la potenza del rock à la Neil Young. E se ha ciò aggiungiamo un pizzico di Beatles ultima maniera il capolavoro prende forma all’orizzonte sonoro. Impossibile, quindi, non riconoscersi in una delle tredici tracce di Fanfare e non lasciarsi placidamente trasportare dalla magia verso le fantasie più sfrenate. Jonathan Wilson è, senza ombra di dubbio, insieme a Kurt Vile la migliore e più verace espressione musicale dell’America odierna. Killer track: Dear Friend.

Jonathan Wilson, Fanfare, Bella Union/Downtown Records 2013

http://songsofjonathanwilson.com

https://www.facebook.com/songsofjw

http://bellaunion.com

http://downtownrecords.com

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PERCHÉ CESARE MALFATTI: un disco rarefatto, a tratti quasi sussurrato, concepito per esaltare ogni minima sfumatura pensata e suonata dal suo autore. L’approccio è decisamente jazz ed eclettico nella misura in cui tutto sembra scaturire e prendere lentamente ed ordinatamente forma da una sorniona turbolenza anarchica. Scorie sonore sfuggono momentaneamente qua e là al controllo della musica per poi essere all’occasione richiamate verso di essa per dare maggiore profondità a impressioni e sentimenti in via di definizione. Malfatti compone e canta nel solco della tradizione della poesia di Nick Drake.

CESARE MALFATTI, Una mia distrazione + 2, Adesiva Discografica 2014

http://cesaremalfatti.blogspot.it

https://www.facebook.com/pages/Cesare-Malfatti-Musica/177868545562464

http://adesivadiscografica.it

http://www.libellulamusic.it

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Lo scorso venerdì al Teatro LabArca di Milano si è conclusa la rassegna JOE COLOMBO racconta il blues. L’ultima e intensa performance – che ha visto il bluesman elvetico scatenarsi come non mai insieme all’ottimo Flavio Piantoni al basso – ha confermato ancora una volta l’alto livello del progetto musicale/teatrale ideato dallo stesso musicista insieme a Matteo Ceschi, Anna Bonel e Giacomo Bertazzoni. A poche ore dalla conclusione della fortunata serie, Ceschi e Bonel hanno fatto sapere di essere già al lavoro per una nuova serie di incontri dedicati al blues e al soul forti dell’ottimo riscontro di pubblico e della preziosa partnership con il Meeting delle etichette indipendenti. E proprio a Faenza, sede storica del MEI, il prossimo fine settembre potrebbe andare in scena, udite, udite, una data aggiuntiva, la quinta, dello show di Colombo.

In un clima ricco di propositi per il futuro, un pensiero speciale va a Kasia Skoczek, Tony Rotta, Joe Valeriano, Flavio Piantoni, gli artisti che nel corso delle quattro serate hanno accompagnato Joe Colombo arricchendo l’offerta musicale e all’attrice Lisa Capaccioli.

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Chiudiamo, infine, con un saluto affettuoso al numeroso e caloroso pubblico (venuto anche da lontano) e agli amici che hanno reso possibile con il loro contributo la riuscita dello spettacolo. Un grazie di cuore spetta a Angela Zorzi e Francesco Strassoldo (sempre presenti con le loro telecamere), a Giordano Sangiorgi del MEI, Denise Nani, Fernando Prageeth, a Patrizia, Antonella e Cristina di Ari Ecoidee, agli amici di Rossetti Records di Milano, a Luigi Bolognini de La Repubblica e Fabio Baldo de La Provincia di Cremona, al settimanale Panorama e alla redazione di Radio Popolare.

CHE IL BLUES VI ACCOMPAGNI LUNGO LA STRADA…

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