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PERCHÉ TUTTE LE COSE INUTILI: scanzonati cantautori punk da Prato, i Tutte le cose inutili riescono con estrema semplicità e poesia a dipingere quella quotidianità da cui tutti fuggono ma a cui tutti, in gran segreto, anelano con una profonda nostalgia. L’approccio punk si spinge oltre abbracciando l’azzardo del lo-fi e regala alle dieci tracce un sapore ancora più autentico e vicino alle esigenze dell’ascoltatore. L’impressione che si ha maneggiando le composizioni di Lao & Meo è quella di essere di fronte all’ultima e, lasciatemelo dire, esaltante incarnazione della canzone d’autore italiana che, lontana da ombre ingombranti, prova con coraggio a muovere i passi in direzione di un ignoto musicale che suona molto come un’assoluta novità.

TUTTE LE COSE INUTILI, Dovremmo essere sempre così, Iconcertidoveresti/Neanderthal Press 2014

https://www.facebook.com/TutteLeCoseInutili

TRACCE TRACCIANTI: Conchiglie e Testolina d’oro

roberto fedriga3

PERCHÉ ROBERTO FEDRIGA: Umano e profondo. Sono questi i due aggettivi che meglio calzano al lavoro del bergamasco Roberto Fedriga. L’omonimo album d’esordio suona come una fiaba fusion-rock in cui ogni suono e ogni nota intonata dipinge una sfumatura in grado di dare profondità a un sentimento sonoro che l’autore riesce a stento a contenere prima che esploda in maniera anarchica e disordinata. Come in ogni storia che si rispetti, i cambi di ritmo lasciano il segno ma non fanno perdere il filo. Fedriga si dimostra un autore maturo in grado di utilizzare la lezione del passato per aprire uno spiraglio sul futuro prossimo venturo.

ROBERTO FEDRIGA, Roberto Fedriga, Under Sound/Mousemen 2014

http://www.robertofedriga.com

TRACCE TRACCIANTI: Non chiamarmi bambola e Arababy

Digitale

Persi tra una selva di “mi piace” e una tempesta di irritanti cinguettii e un interminabile elenco di “appuntamenti da non mancare” ci sono loro, gli artisti. E anche noi, comunque ci vogliate chiamare, critici e/o giornalisti. Ma questa è un’altra storia riconducibile a forme più o meno evidenti di narcisismo e di auto-celebrazione. Nessuno ha saputo resistere al richiamo delle sirene del web. Proprio nessuno. Come nessuno, parliamoci chiaro, ne ha tratto evidente e concreto profitto. Chi già era famoso, si è beato del riflesso digitale della propria fama, chi non lo era ha continuato a battere assiduamente l’underground come un reietto replicante di Blade Runner forte di un seguito seppure sparuto di adepti. Non tiriamo in gioco la fortuna, ammettiamo più semplicemente con noi stessi che da qualche parte nel profondo cuore della rete qualcuno se la sta spassando con le nostre foto, le nostre musiche e, persino, le nostre recensioni. Senza tirarci troppo giù, però, consideriamo anche che in alcuni casi è possibile ancora prendere il Mostro della Rete per le corna. Bisogna impegnarsi e studiare un po’ come ammansire la “bestia” per poi cercare di domarla. Come se fossimo al centro di un’arena per una course camarguaise. A correre dei rischi siamo solo noi. Ma che importa, la sfida vale la pena di essere giocata. Eccome se la vale! Lontano dalla fitta rete dei social network, nebulose di blog e isolate galassie-piattaforme offrono un habitat salubre alla crescita della musica. Semplici appassionati, professionisti orfani del formato cartaceo, guru 2.0, mecenati e artisti più interessati a fare conoscere i propri lavori che a “battere cassa” convergono verso queste “aree pensanti” del web e danno quotidianamente vita ad avvincenti esperimenti di diffusione culturale. Ognuno alla sua maniera. Ognuno con i propri mezzi. Ognuno con diverse fortune. Ognuno lontano, per quanto ancora possibile, dalla schiavitù monopolistica del ranking. 1.000.000 di visite! WOW! E poi un tonfo assordante prima dell’oblio. Ma tutti con un’unica e molto chiara idea in testa: l’arte prima di tutto. In tutte le sue forme. E in tutte le sue declinazione. Sentiamoci, allora, ribelli quel tanto che basta da potere esprimere, suonare, dipingere e filmare in maniere indipendente sorridendo in maniera distratta e beffarda al Grande fratello!

polar

PERCHÉ I POLAR FOR THE MASSES: Abrasivi e concitati nell’esprimere la loro foga musicale, i Polar for the Masses riescono in maniere piuttosto naturale a rendere il rock assolutamente punk. Tutto, in questo nuovo disco del trio indie, viene espresso e si palesa a livelli vertiginosi senza che però la vena ipercinetica infici minimamente la resa finale di un lavoro che non solo nei suoni vorticosi e turbolenti ma anche nelle pungenti strofe torna a fare respirare il profumo della satira alla musica lanciata in orbita da Elvis Presley. Tutte dieci tracce, e in particolare Provincia, rivelano il viscerale contributo del basso di Davide Della Pria, vero pilastro di #Una giornata di merda. Preparatevi serenamente all’onda d’urto di uno dei migliori prodotti discografici dell’anno.

POLAR FOR THE MASSES, #Una giornata di merda, Tirreno Dischi 2014

TRACCE TRACCIANTI: Provincia L’allegra ballata degli zombie

https://it-it.facebook.com/polarforthemasses

http://www.tirrenodischi.it

INDIANA MUSIC CONTEST_web

Il magazine INDIANA, lancia il suo primo contest che regalerà al vincitore il mixaggio di tre tracce al Blues Cave Studio di Daniele Cocca. Audiocoop e il MEI di Faenza partner ufficiali dell’evento. Per maggiori informazioni leggete direttamente il lancio del contest sulla pagina ufficiale di INDIANA MUSIC MAGAZINE. Per informazion1: indiana.press@gmail.com

pierpaolo capovilla

Alcune brevi riflessioni con esponenti del mondo indie italiano sul possibile ruolo delle piattaforme e degli aggregatori digitali. Partecipano Pierpaolo Capovilla del Teatro degli orrori, Ercole Gentile dell’agenzia VolumeUP Music Agency, gli Appaloosa e Eni?gma, socio fondatore della Machete Empire Records.

EG: Devo dire che per i prodotti italiani è davvero difficile arrivare ad avere visibilità all’estero senza avere alle spalle una struttura appositamente pensata per la promozione e l’organizzazione di tour. Senza tutto questo lavoro, ritengo,che gli aggregatori e le piattaforme web non cambino molto la vita.

PPC: Questo credo sia un punto dolente. Non mi sembra aiutino un gran ché. Forse per niente. Ma è solo la mia opinione, un parere, lo ammetto, un profano. Portare la musica italiana all’estero, ti parlo della mia esperienza, è qualcosa di molto simile all’utopia. Un vero peccato.

APP: Grazie all’era della comunicazione digitale tutto si è fatto molto più semplice, soprattutto dal punto di vista della comunicazione. Non cʼè da distinguere il “prodotto” italiano da altri “prodotti” fuori dall’Italia, facendo così ci si pone molte meno domande e si valuta semplicemente se la cosa funziona o meno.

EN: Credo che possa aiutare molto, ma a conti fatti probabilmente è ancora un po’ presto per tirare le somme. Da qui a due anni, sono convinto, che potremmo comunque esportare già molta più musica di qualità grazie alle possibilità offerte dagli dal digitale.

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Cosa aspettate! Correte subito a scaricare gratuitamente il primo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE! Da oggi il mondo indie ha un’autorevole voce in più.

http://indianamusicmag.wordpress.com

INDIANA intestazione free pdf

Solo 24 ore al lancio di Indiana Music Magazine, foglio d’informazione dedicato all’universo indie in free download ogni mese sull’omonimo blog creato dai giornalisti Katia Del Savio, Elisa Giovanatti e Matteo Ceschi. Ogni mese la copertina dedicata all’artista “indipendente” sarà accompagnata anche da un’approfondita intervista in esclusiva al suddetto cantante o gruppo. Non mancheranno recensioni e notizie. Il consiglio è quello di restare allerta e di prepararvi a scaricare la vostra coppia ogni 15 del mese!

DA DOMANI IN FREE DOWNLOAD: http://indianamusicmag.wordpress.com

Strut

Ormai non si tratta più di episodi sporadici, ma piuttosto sembra essere in atto una vera e propria fuga dalle major verso le indie label. Dopo i casi eclatanti di Iggy Pop (Fat Possum Records, 2013) e David Crosby (Blue Castle Records, 2014), è ora il turno di Lenny Kravitz tornato finalmente ai livelli d’eccellenza dei primi album (pubblicati dalla Virgin) con il recente Strut, edito dalla neonata etichetta personale Roxie Records. L’ultimo “passaggio” citato, quello di Kravitz, è la dimostrazione evidente di come, in una situazione di pieno e libero controllo artistico del prodotto – quindi lontano dalle pressioni poco artistiche di un mercato discografico in continuo affanno e dai ritmi dei format televisivi – anche artisti che negli ultimi anni hanno – e non se la prendano troppo i diretti interessati – vivacchiato sugli allori possano ora programmare un rilancio sulla scena con i botti (tanto da conquistare nel nostro paese un posto fisso nella Top ten dei singoli e degli album più venduti come si evince dalle classifiche relative pubblicate su Musica&Dischi). Registrando con piacere questi “ritorni”, l’invito che rivolgiamo a tutti è quello di essere, se possibile, ancor di più indipendenti. BE INDIE, BE FREE.

OLOF

PERCHÉ ÓLÖF ARNALDS: Se da un lato ricorda certi arrangiamenti à la Mike Oldfield di fine anni Settanta, dall’altro il nuovo disco della cantautrice islandese Ólöf Arnalds mantiene una sua eterea consistenza che lo allontana da ogni paragone spingendo le composizioni verso un territorio inesplorato di confine dove la musica pare sposarsi con il panorama circostante come in un lungometraggio di Hayao Miyazaki. Il tutto viene reso con arrangiamenti che, seppure complessi, suonano all’orecchio meravigliosamente semplici e naturali. Nulla avrebbe potuto essere diverso a meno di non inficiare il risultato finale. Le otto tracce lasceranno chi si dovesse porre all’ascolto con un sentimento al tempo stesso di sorpresa e di familiarità per quello che si è trovato. Se pensavate che la musica islandese si riducesse alla sola Björk o ai Sigur Rós, è giunto il momento di ricredervi e iniziare un nuovo viaggio.

ÓLÖF ARNALDS, Palme, One Little Indian Records 2014

http://olofarnalds.com

https://www.facebook.com/OlofArnalds?fref=ts

http://www.indian.co.uk

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