Israel Nash

PERCHÉ ISRAEL NASH: Forse è passato un anno. Forse meno. Ma Rain Plans di Israel Nash, cantautore freak originario del Missouri poi trasferitosi in Texas, suona già meravigliosamente come un classico della nuova scena psych-folk. Nash, per la verità, definisce la sua musica come “desert folklore”, quasi a volere sottolineare l’ampio respiro delle composizioni che attingono certamente all’epopea sonora dei Sixities ma posseggono anche il coraggio di spingersi ancora più indietro per saggiare il più originale e puro nerbo sonoro della nazione. La voce morbida di Nash oscilla tra ruvide parentesi country à la Neil Young e lunghe autostrade melodiche che ricordano i più maturi Beach Boys senza però mai perdere d’occhio la matrice rock, elemento necessario per infrangere le congenite rigidità dell’ascoltatore. Non ci sono segni di stanchezza o sbavature nel corso delle nove tracce, piuttosto si presentano picchi emotivi a dare un ulteriore ritmo a una musica che già per sua natura segue gli umori delle nuvole e quelli, molto più bizzosi, ammettiamolo, degli uomini che talvolta le accompagnano distrattamente da terra. Se cercavate una ragione per tornare a fare suonare il vostro fidato stereo, questo è l’album perfetto.

ISRAEL NASH, Rain Plans, Loose Music 2013

https://www.facebook.com/israelgripka

VonDatty-madrigali

PERCHÉ VONDATTY: Una forma di cantautorato schizofrenico che passa dalla solitudine composta del folk a quella rabbiosa di un post-grunge (Santamarena) e che riesce a parlare in maniera pulita e comprensibile l’idioma meticcio della contemporaneità. Nel calderone sonoro di Madrigali tra un’escursione sonora e l’altra la voce, come un vecchio lupo di mare, mantiene costante la rotta e indica all’orecchio la direzione per nascosti porti dove si sussurra albergare la buona musica. VonDatty sa benissimo quanto in là potersi spingere. Ma i limiti sono fatti per essere infranti: traccia dopo traccia vengono ignorati e derisi fino all’apice creativo de L’amore malato. L’augurio di cuore per il debuttante VonDatty, è quello di trovare un posto consono nelle scalette radiofoniche e sugli scaffali dei negozi di dischi.

VONDATTY, Madrigali, 2014

https://www.facebook.com/pages/VonDatty-Official/127903980621681

Doc Indie-MEI DEF_easy

Il recente intervento di Iggy Pop sulla questione dei diritti digitali dovuti agli artisti sostenuta dal Worldwide Independent Network (in Italia promossa dal MEI/AudioCoop) e la sua affermazione secondo cui, , ha stimolato l’innata voglia del vostro DOC preferito di intervenire e sposare quei rimedi necessari per una salutare sopravvivenza della musica. Come non condividere l’affermazione dell’Iguana? Come dare contro ad un’esternazione così saggia e al tempo stesso evidente? Impossibile.

Iggy Pop, June 15, 2011_1

Parliamoci chiaro, il mondo dei talent show televisivi suona come un cosmo fittizio ed effimero e, se si escludono sporadici casi di “sopravvissuti”, per tutti gli altri il destino più auspicabile è un silenzioso oblio e un ritorno alla normalità. Di Mengoni, Noemi e Amoroso ce ne sono pochi e la cosa appare evidente anche all’osservatore/ascoltatore più distratto. E il mio, intendiamoci, non vuole essere un discorso elitista che scarica a priori ogni espressione “popular” del pentagramma. Anzi. È un accorato appello a riflettere sulle salutari parole di un saggio del rock che ha creduto, arrivato a un certo punto della sua carriera, di rimettersi in gioco ricominciando proprio partendo da un’etichetta indipendente. La dimensione a “ misura di musicista” che una indie label può dare è unica e non replicabile all’interno del meccanismo fordista delle major che per sua natura deve consegnare al pubblico sempre nuovi modelli e scartare rapidamente i vecchi. Diciamo 3-4 mesi di vita? Un’etichetta indie è, invece, un abito sartoriale cucito addosso a un artista che per fattura e comodità sorpassa anche il migliore dei capi firmati. E sorpresa, non costa di più! Non solo, con esso ci si sente più liberi di esprimersi. All’estero come in Italia i casi funzionanti sono molteplici. Pensiamo alla Bella Union, alla Rough Trade piuttosto che alla Gas Vintage del musicista Leo Pari o alla Macro Beats che si sta guadagnando a suon di beat e flow pagine e pagine di visibilità. Pensiamo a questi casi, ma a molto altri ancora. Ma non immaginiamoci dei lazzaretti. Piuttosto visualizziamo degli esperimenti sociali, una sorta di neo-comuni aperte, in cui il flusso delle energie creative non è bloccato da burocrati, scadenze e da dirigenti prestati per l’occasione alla discografia ma invece fluisce in maniera spontanea verso un confronto sempre costruttivo. Un confronto da cui avranno tutto da guadagnare gli ascoltatori. Pensiamo, riprendendo lil pensiero di Iggy, a loro come al futuro. L’unico futuro possibile per continuare a gioire a suon di musica. Questa volta vi risparmio mele e frutti aciduli! [Foto: Matteo Ceschi]

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Logo Legend Club Milano JPEG

Lo storico locale nella zona nord di Milano ha da qualche mese inaugurato una nuova linea manageriale per le serate che punterà molto sulla musica inedita e sulle band indipendenti. Giuseppe Federico Refolo, il gestore del club, ha trovato, dopo trent’anni nel show business e live shows, la voglia e la forza di inventarsi una nuova sfida in nome della buona musica. Ecco a voi, dalle sue dirette parole, i motivi di questa impellente voglia di rinnovamento.

Il rilancio dello storico locale milanese è in qualche modo legato a un nuovo fermento della scena indipendente italiana? E se si, quale è stato l’artista e/o l’evento che ha mostrato che un rilancia sarebbe stato possibile e fruttuoso?

GFR – Il rilancio del locale non è stato innescato da un particolare artista o da una particolare band che ha segnato la svolta dell’ambiente ma è frutto della decisione, da parte della direzione artistica e della gestione, di credere nella musica dal vivo inedita e indipendente in tempi in cui la musica dal vivo (se non i grandi nomi) ha letteralmente avuto un crollo a livello di seguito e a livello di serate. Il taglio del locale è decisamente perfetto per poter credere nel potenziale musicale di artisti di vario genere, ed è pronto per farlo. Abbiamo dato vita a numerose serate vincenti e a un fantastico festival, il Rock in Park, che hanno permesso alla musica indipendente di esporsi di fronte a una vetrina di pubblico numerosa.

La nuova gestione e la nuova programmazione come, se lo sono nei fatti, legate al “vecchio” Legend?

GFR – La gestione del locale è la stessa del “vecchio Legend”. Ciò che c’è di nuovo e innovativo, oltre al nome, è la direzione artistica, che si è dichiarata aperta a un nuovo metodo di lavoro e ha dato un taglio di 360° al locale, rendendolo ottimale e predisposto ad affrontare serate differenti fra loro, a livello di pubblico e a livello di spettacolo, valorizzandolo così come “venue dedicata agli eventi”, e non solo alla musica dal vivo di un certo tipo.

Da un punto di vista strettamente pratico e tecnico, attraverso quali canali scoprite nuovi realtà musicali e come allacciate i contatti con i diversi gruppi? Svolgete voi l’attività di scouting attraverso segnalazione di addetti al settore e/o grazie al web.

GFR – I canali con cui ci avviciniamo ai nuovi talenti sono diversi, noi cerchiamo di creare con le nostre forze situazioni ottimali, come per esempio contest musicali. Siamo comunque vicini ai grandi nomi delle agenzie di booking, siamo aperti a nuove proposte artistiche sia da parte di promoter e/o band che fungono da promoter di loro stesse sia da parte di gruppi di lavoro che hanno idee e magari non hanno una “casa” a cui appoggiarsi. Il punto di forza per trovare i nuovi talenti, a parere mio, è essere predisposti ad accoglierli.

Iggy Pop

L’Iguana dimostra per l’ennesima volta di non avere perso il suo guizzo. Passato di recente con la pubblicazione dell’album Ready to Die a un’etichetta indie, la Fat Possum Records, ora aderisce di cuore alla campagna lanciata da WIN per la dichiarazione per l’equità degli accordi digitali per gli artisti. Alla quarta Conferenza John Peel, che ha avuto luogo la settimana scorsa al Salford Radio Festival, Iggy Pop si è così espresso a riguardo: <le Indie label saranno l’unico posto dove andare per scovare veri nuovi talenti, al di fuori del Mickey Mouse Club e del mondo dello spettacolo piu’ commerciale>. In Italia l’iniziativa è seguita e diffusa da AudioCoop ed ha il volto del sempre attivo e poliedrico rapper capitolino Piotta. [Foto: Matteo Ceschi]

Doc Indie-MEI DEF_easy

Oggigiorno non basta più il talento. Diffidate di chiunque sostenga il contrario. Diffidate & Evitatelo. Se non hai l’attitude – il termine anglofono suona decisamente meglio della fredda espressione “professionalità” in cui possiamo fare rientrare diversi aspetti di una carriera artistica – non vai da nessuna parte. Sei al capolinea. Al massimo puoi consolarti strimpellando in solitudine il tuo strumento sotto una grigia pensilina. DO-RE-MI. DO-RE-MI.

Music Profession

Una riprova di questa secca affermazione, viene dalle stesse case discografiche indipendenti – cito un fulgido esempio, la Gas Vintage Records del folk-singer Leo Pari – che crescono e sopravvivono solo se, oltre ad essere etichette nel senso più tradizionale del termine, sono anche book agency in grado di fiutare in anticipo i posti giusti dove fare esibire l’artista o il gruppo giusto. Nulla, ahimè, vista la spietata concorrenza data dalla visibilità del web, può e deve essere lasciato al caso. Non ci si può e non ci si deve permettere sviste e scivoloni: niente più fonici improvvisati, niente ciclopici ritardi nell’inizio degli show (una sola ora di ritardo potrebbe benissimo significare una prematura scomparsa della giovane promessa), niente leggerezze sul palco e dal palco. Ben vengano momenti esaltanti di jam session, ma solo nel caso in cui gli attori sonori siano estremamente affiatati tra di loro. Niente di tutto ciò se si vuole fare musica nel 2014. Ultimamente mi è capitato di assistere troppo di frequente a segni di ripetuta sciatteria – il 98% dei casi, ammetto, non imputabili ai performers – e a nulla è servito dispensare pacati e amorevoli consigli in qualità di “vecchia volpe” ai pasticcioni di turno. Come se parola non fosse stata proferita. Non pervenuta. E dire che basterebbe per un istante che tutti i responsabili si sciacquassero di dosso la patina, a questo punto della storia, soffocante del talento e valutassero con serena obiettività la necessità di trovare intorno a sé anche un solo individuo in possesso dell’attitude, del piglio giusto. Un’unica persona, in grado di incazzarsi quel tanto in prossimità dello spettacolo da indirizzare gli altri al completamento della missione, sarebbe sufficiente per salvare baracca & burattini e fare sopravvivere il talento. Prendetelo come un gentile rimprovero il mio, come un frutto acidulo in grado di farvi storcere la bocca quel tanto da potere assaporare con rinnovata freschezza di palato tutta la gamma dei sapori rimasti. E se non volete prenderlo questo consiglio, siate liberi nelle vostre scelte. Strafogatevi del vostro sterile talento fino a scoppiare. Il mondo e con esso la musica andranno benissimo avanti senza di voi. E lo faranno con professionalità.

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Cristina Donà

PERCHÉ CRISTINA DONÀ: Un album che inizia con un incipit che sa molto del migliore Battiato desta, a prescindere dai gusti, una qualche forma di curiosità. Così vicini, primo appuntamento con la tracklist del nuovo lavoro della cantautrice, racchiude in poco più di quattro minuti buona parte degli umori passeggeri di un lavoro che nella varietà dei suoni e delle loro diverse interpretazioni trova l’equilibrio necessario per piacere e fissarsi nel tempo. Cristina Donà non concede spazio al calcolo discografico lasciandosi piuttosto guidare da emozioni che, in un modo o nell’altro, tutti noi possiamo ammettere di condividere almeno in maniera quotidiana. E, proprio grazie a questa scelta naturale, il disco cresce, si sviluppa, e si differenzia minuto dopo minuto alla ricerca di porti sicuri dove lasciare riposare le idee e le note appena affrontate in vista della prossima sfida.

CRISTINA DONÀ, Così vicini, Qui Base Luna 2014

https://www.facebook.com/cristinadona

http://www.quibaseluna.com

Big Bank Hank

Un pensiero, uno dei tanti, alla voce, quella di Big Bank Hank, che ci ha fatto innamorare della musica rap e della cultura hip-hop. Oggi suoneremo fino a notte fonda Rapper’s Delight

Così lo ricorda Rolling Stones Magazine:

http://www.rollingstone.com/music/news/sugarhill-gang-rapper-big-bank-hank-dead-at-57-20141111

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